Finalmente, il Marocco (III)
Vento, duri sterrati, bambini e oasi.
N.B.- Le parole sottolineate sono link esterni.
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Puoi anche visionare le tracce precise di ogni tappa sul mio account Strava.
Se ti sei perso le puntate precedenti, le trovi QUI (I) e QUI (II)
2 Dicembre
Tagliando il mondo in due, e per semplificare, gli scenari alternativi che può trovare un ciclista viaggiatore sono di due tipi: strade asfaltate e strade sterrate. Sono questi i due grandi “regni”, per usare il linguaggio degli studiosi del mondo animale.
Il fatto è che, seppur lo stato di conservazione dell’asfalto condizioni molto la sicurezza e il comfort di una pedalata e pedalare in Svizzera non sia affatto come pedalare in Italia, i ciclisti di solito ci limitiamo a dire: “la strada era asfaltata”. Tutt’al più aggiungeremo un aggettivo: buono, normale o pessimo.
Invece, per lo sterrato… ah, amici… Per lo sterrato rischia di non bastare l’intera tassonomia del regno animale, coi suoi tipi, classi, ordini, famiglie, generi e specie. Perché ogni sterrato è diverso dall’altro. Compatto, mosso, con o senza pietrisco, solido, instabile, veloce, scivoloso, con pietre piccole, medie o grosse, rotonde o taglienti; asciutto, fangoso in diverse gradazioni, sabbioso, regolare o coi solchi frutto dell’erosione delle correnti d’acqua. Argilloso, siliceo, granitico…
Capitolo a parte meritano le impronte rinsecchite che lascia il passaggio dei veicoli sui terreni fangosi. Quando arriva la stagione secca, queste impronte solidificano sotto forma di ondulazioni sul duro terreno, conformando quello che i ciclisti americani chiamano “washboard”, perché ricordano le tavole ondulate di pietra, cemento o legno, magari ricoperto di zinco, che si usavano una volta per lavare, strusciandoli, i panni nei lavatoi. Queste minuscole montagnette nel terreno producono un fastidioso tremolio su tutto il corpo del ciclista, dalle mani e gli avambracci al collo e la schiena e se uno prova a parlare mentre ci passa sopra trema la voce come quando da bambino abbracciavo la lavatrice di casa mentre centrifugava i vestiti. Esistono nella letteratura epica ciclistica i racconti di chi ha perso qualche otturazione o qualche pezzo di dentiera attraversando settori di washboard particolarmente aggressivi o lunghi.
Ma, al di là di tutte queste importantissime classificazioni, gli sterrati dividono i ciclisti viaggiatori in due gruppi: quelli che li odiano e quelli che li amano. Io sono fra i secondi, con due piccoli caveat. Il primo, che un chilometro di sterrato spesso equivale, come fatica e tempo di percorrenza, a tre o quattro di asfalto. Per cui bisogna stare attenti a non programmare tappe sterrate troppo lunghe perché si potrebbero sottostimare il tempo e l’energia necessari per portarle a termine.
Il secondo è che, quando si viaggia, di regola, non si sa nulla su quale tipo di sterrato si incontrerà. Due chilometri di salita sterrata possono essere piacevolissimi se la superficie è compatta, o diventare un inferno, a parità di lunghezza e pendenza, se è scivolosa o piena di pietre taglienti.
La tappa di oggi è quindi un mistero per tutti e l’unica certezza che abbiamo è che arriveremo in un paradiso, così ci ha raccontato P., forse per motivarci.
Partiamo, come sempre, puntualissimi e dopo qualche chilometro di attraversamento delle nuove zone di espansione nella periferia di Taznakht in cui, si ha l’impressione, presto verranno costruiti decine di villini bifamiliari identici e strade piene di rotonde, come nelle periferie di Madrid o di Milano, imbocchiamo la strada piatta asfaltata che dovremo percorrere per una trentina di chilometri.
La temperatura alla partenza è piuttosto bassa. Dopo i primi, pacifici dieci chilometri, quasi all’improvviso, comincia a salire ma si alza un vento contrario che ci oppone forte resistenza per più di quindici chilometri. È un vento a tratti fortissimo e molto fastidioso che non lascia scampo. All’inizio ci arriva da destra e proviamo a fare dei ventagli per proteggerci uno dietro l’altro e sentire meno la sua opposizione. Ma poi diventa completamente frontale e c’è poco o nulla da fare: abbassare le corna e armarsi di pazienza, metro dopo metro. A momenti si rischia perfino di cadere. Il paesaggio piattissimo e questo inaspettato intruso mi riporta alla mente ricordi epici delle tappe patagoniche.
Rimango solo in testa e, dopo un’oretta di stancante pedalata, vedo dal navigatore che, fra qualche centinaio di metri, dovremo prendere uno svincolo a sinistra, sicuramente l’inizio della strada sterrata. Si trova in un piccolo paesino chiamato Ouisselsate. Appena ne varco la soglia, vedo alla destra la scuola e tanti bambini che aspettano fuori. Mi ci avvicino e mi fermo sotto il portico, per aspettare i miei compagni e riposare dopo questa fatica iniziale.
Il mio arrivo produce un effetto simile a quello che farebbe un pezzo di pane lanciato in un laghetto. Tutti si avvicinano a me, ma rimangono a una prudente distanza, mi osservano, ridono, mi sento ridicolo e intimidito perché non so se siano sguardi di apprezzamento e ammirazione, di semplice curiosità o di commiserazione.
Ho scritto “tutti” ma presto mi rendo conto che non è la parola giusta. Dovrei meglio dire “tutte”, perché lì non si vede neanche un ragazzo, solo femmine. Hanno, direi, dai dieci ai quattordici anni, portano tutte la hijab, la versione più “soft” del velo islamico e il solito zaino tipico anche fra i nostri adolescenti.
Faccio gesti e mosse con le mani per far vedere che sono stanco dalla pedalata e provare a risultare simpatico, saluto sorridente e, pian piano, qualcuna più coraggiosa comincia ad avvicinarsi, provocando l’ilarità imbarazzata e timida delle altre. Finalmente provo a intavolare una conversazione in francese e scopro che non sanno praticamente una parola. Qualcuna si butta a farmi qualche domanda in inglese “where you from?” e proviamo a comunicare in un dialogo vuoto di significati espliciti ma pieno di simpatia e sorrisi.
Le 10 e mezza è un orario strano e chiedo se hanno già finito o devono ancora iniziare la scuola. Riescono a spiegarmi che stanno aspettando, le lezioni iniziano alle 11. Ci saranno sicuramente dei motivi legati all’economia famigliare e dei genitori, o al meteo, o al bisogno che i ragazzi mangino a scuola.
Arrivano i miei compagni e lo charme femminile di L., ma anche la simpatia dei gesti di V. e M. fanno colpo sulle ragazze, si creano così dei grossi cerchi, ognuno di noi attira l’attenzione di un gruppo. Alzo lo sguardo e vedo, più lontani, i maschi. Completamente in disparte e lontani, non perché la scuola li separi ma perché i loro interessi sono diversi, qualcuno gioca a pallone altri guardano lo smartphone di un compagno. Ma nessun ragazzo sembra avere la minima curiosità per questi cinque scemi con le bici piene di borse che si sono presentati davanti alla loro scuola.
Poco dopo essere arrivato, quando ancora ero da solo, ho provato a tirare fuori il telefono e proporre di fare una foto di gruppo o di farci un shelfie. L’effetto è stato come sparare un colpo di fucile in una piccionaia. Scappano tutte ridendo e urlando e facendo di no con la mano. Allora rispondo con gesti plateali e rimetto il telefono in tasca, promettendo che non farò la foto se loro non vogliono. Riprovo dopo un po’, quando già ci siamo conosciuti un po’ meglio, ma niente, non ne vogliono sapere e non capisco se sia timidezza o se ci sia anche un fatto religioso. Ovviamente non posso saperlo.
Le domande che man mano ci facciamo a vicenda fruttificano, si sviluppa qualche piccolo dialogo e non sembra esserci più paura o timidezza.
P., che mi sono fatto l’idea che sia uno più amante degli animali che dei bambini, sembra un po’ spazientito e ci dice che dobbiamo andare. Allora cominciamo a spiegare che è ora di salutarci e loro provano a convincerci di restare ancora: “Nooo!”, urlano sorridenti.
Alcuni pochi maschi si sono aggiunti al gruppo e, mentre cammino piano piano verso la strada per risalire in bici, decido di riprovare ancora, è la mia ultima opportunità: “Alors, Selfie?” E loro urlano, contente, accettando finalmente la foto che tanto volevo portare con me: “Ouiiiii!!!”
Ecco, se prima parlavo dei gradi di durezza possibile di un percorso sterrato, in questa giornata li tocchiamo praticamente tutti, esclusi ovviamente quelli che hanno a che fare con l’acqua. Pianura su terreno semplice, discese più e meno tecniche, salite lunghe e impegnative, con molta pendenza, su terreni molto sconnessi in cui è facile rischiare di cadere. Un paio di volte sono costretto a scendere dalla bici e percorrere qualche metro a piedi spingendo la bici, mentre i miei amici, con le loro pesantissime bici e le loro ruote più sottili delle mie, devono farlo a più riprese.
Per fortuna il vento si è calmato. Sotto un sole che brucia la nostra pelle senza alcuna considerazione e rende indispensabile un forte protettore solare, il paesaggio ci presenta dei netti contrasti, fra vegetazione agreste e conformazioni di bassa montagna sempre capricciose. Un continuo saliscendi, molto impegnativo fisicamente, in cui siamo contornati dal nulla assoluto. Non un essere umano, non un animale, non un villaggio in lontananza. Una tappa in cui ci sentiamo fuori dal mondo, in cui la fatica aumenta col passo dei chilometri, perché ogni tratto di salita consuma le nostre forze e ogni breve ma tecnica discesa la nostra capacità di concentrazione.
La mia bici leggera mi permette di pedalare felice in testa al gruppo, la situazione che preferisco, perché mi consente di decidere quando fermarmi a riposare. Se sei in coda dipendi dalle decisioni degli altri o rischi di rimanere da solo per ultimo. Ogni tanto mi fermo per aspettare e ci ricongiungiamo, mangiamo un po’ della meravigliosa frutta secca che abbiamo comprato la prima sera in uno dei tanti negozi della piazza Jemaa el-Fna di Marrakech. Ognuno di noi porta con sé un mix di mandorle o nocciole salate e rivestite di miele o zucchero e qualche spezia particolare, anice, papavero, cumino. E poi i datteri, scelti, senza capire troppo le differenze, fra le venti e più varietà che ci vengono proposte. Una carica incredibile di energia e buon umore, altro che barrette energetiche.
Quasi tutta la prima parte dello sterrato è in salita, con piccoli tratti in discesa. Poi, da un certo punto in poi, comincia la lunghissima e variatissima discesa che ci dovrà portare fino all’oasi in cui dormiremo, Aguinane.
Dopo tanti chilometri di totale solitudine, arriviamo in un paesino minuscolo chiamato Agadir Melloul e mi fermo nella piazza della moschea. Un anziano berbero e suo figlio hanno parcheggiato la loro macchina piena di cianfrusaglie e vendono caftani, djellabas, ma anche tajines, couscoussière, teiere, bicchieri, piatti, posate, bollitori e altri piccoli elettrodomestici che hanno sparso per terra.
Mi fermo vicino a loro e anche se la mia condizione mi rende il cliente meno probabile sulla faccia della terra, loro non perdono l‘opportunità di chiedermi se ho bisogno di qualcosa, penso che sia istintivo per un commerciante marocchino tentare sempre di venderti un oggetto. Sono estremamente sorridenti e, anche se non parlano una parola di francese, in qualche modo riusciamo a capirci.
Va aperta qui una parentesi per una breve nota antropologica, che riporterò come l’ho assorbita e compresa, e senza aver avuto modo di ulteriori verifiche. La popolazione marocchina pare dividersi, immagino che semplificando non poco, fra “berberi” e “arabi”. I berberi sono gli abitanti del deserto e sono legati alla terra, alla tradizione, persone autentiche e veraci, aperte e generose, simpatiche ed estroverse. Possono essere pastori, agricoltori o artigiani, ma sono commercianti per natura, abituati allo scambio, ma anche al fatto che, in un momento o l’altro, tutti abbiamo bisogno di aiuto.
Sembrerebbe che invece gli arabi siano persone diffidenti, più chiuse e meno disponibili.
Immagino abbiate capito che quelli che ho incontrato e che mi hanno parlato di questa differenza fossero berberi e non arabi. Siccome non sembra esserci una caratteristica visiva che ci aiuti a identificare chi appartiene a una famiglia e chi all’altra, più di uno, nel rendermi edotto di questa differenza, mi ha detto quello che bisogna fare: semplicemente chiedere, appena incontri una persona: “ma te, sei berbero?” Se ti risponde di sì, sei tranquillo che nulla cattivo può succederti, puoi chiedere favori e troverai un fratello.
Mentre il figlio cerca di convincere le signore a comperare dei caftani, il vecchietto che ride in continuazione mi chiede se ho bisogno di qualcosa. In effetti, avrei finito l’acqua. Gli mostro la borraccia vuota e gli chiedo se posso comprare una bottiglia da qualche parte. Ma lui mi toglie la mia borraccia dalle mani senza chiedere e scompare. Una regola di buon senso consiglia di non accettare acqua di cui non si sa la provenienza e di preferire sempre quella imbottigliata. Dubito se fermarlo ma non lo faccio, mi sembra scortese. Torna dopo un po’ con la borraccia piena di acqua fredda e io gli chiedo quanto gli devo. Mi risponde con un gesto quasi offeso: non devo pagargli nulla. Ho sete e lui ha dell’acqua.
Stupidamente, non berrò quell’acqua per diversi giorni. Da una parte non mi fido ma, dall’altra, mi sembra criminale buttarla via in quel contesto, siamo in un deserto e l’acqua è il bene più prezioso. Incapace di decidere cosa fare, opto per aspettare finché le condizioni non mi obbligheranno a berla. Allora non sarà più una scelta ma un bisogno. Quindi continuo a bere e riempire la prima borraccia e questa la porto con me, intatta. Dopo tre giorni, mi trovo in un posto in cui non c’è modo di comprare l’acqua, ho finito la prima e mi rimane soltanto quella del berbero. La bevo allora, non ho alternative. È buonissima, quasi dolce, e il mio stomaco non si lamenta in alcun modo.
Mancano una decina di chilometri, tutti di pura e godibile discesa, fino all’auberge dell’Oasi di Aguinane.
Quando siamo ormai ad appena tre chilometri dall’arrivo ci troviamo improvvisamente, dopo una curva, in un belvedere, una sorta di balcone naturale che ci lascia scoprire la bellezza incredibile di questa oasi che vediamo dall’alto, nella valle fra le due montagne. Una distesa enorme di palme e vegetazione che raggiungeremo dopo aver percorso l’ultimo tratto, una ripidissima strada non asfaltata bensì cementata, piena di tornanti chiusi su sé stessi.
Attraversiamo questo paesino che sembrerebbe quasi disabitato, se non fosse perché si incontrano, qua e là, degli anziani, qualche bambino e qualche contadino che rientra a casa accanto all’asino stracarico. Sono le 5 del pomeriggio e fra non molto il muezzin chiamerà alla preghiera.
Dei ruscelli d’acqua freschissima attraversano questo villaggio completamente ombreggiato in cui, ci dirà più tardi il nostro oste, vivono una sessantina di famiglie, circa quattrocento persone.
Per tutta la giornata ho sperato di mangiare per cena, finalmente, un buon couscous, dopo quattro serate di grigliate e tajine di carne e verdure. Quando arrivo, Mohammed, il giovane che gestisce questo semplicissimo ostello che ricorda un rifugio di montagna, mi dice che ha preparato la tajine perché P. non ha mai risposto al suo whatsapp (“allora, tajine o couscous”?) della sera prima. P. lo aveva fatto apposta sperando che, di fronte al silenzio, lui facesse cucinare entrambe le pietanze. Ovviamente, Mohammed ha optato invece per far preparare quella meno complicata e io dovrò andare a dormire avendo ancora l’acquolina in bocca dopo questa giornata faticosissima ma incredibilmente bella in cui abbiamo attraversato posti unici che non penso facciano parte, data la loro durezza, delle rotte più calpestate dai turisti in bicicletta che girano questa regione.
La camera in cui dormiamo, come al solito, i tre maschi “scapoli” del gruppo è grande e le nostre bici ci tengono compagnia. La doccia rappresenta la solita sfida, un filo d’acqua ora scottante ora freddo. Così come anche il fatto di dormire con questa bassa temperatura, senza riscaldamento e sotto due pesantissime coperte di lana. Per la prima volta, dormirò indossando una delle mie pratiche calzamaglie. La stanchezza è tale che, appena cinque minuti dopo essermi infilato nel letto, il kindle con dentro il libro sull’India mi si chiuderà fra le mani inermi.
(Continua)






