Finalmente, il Marocco (VI)
No te quejes
N.B.- Le parole sottolineate sono link esterni.
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5 Dicembre
Avevo forse dieci anni. Un giorno mio padre è arrivato a casa con un piccolo pacco avvolto nella carta kraft. Senza dirci nulla, ha preso un martello e un gancio per appendere i quadri. Siamo accorsi nel salone, attratti dai colpi di martello. Non era una pittura, un disegno, una fotografia e neanche una benedizione papale (a casa, appesa, ne avevamo già una di Paolo VI, che qualche loro parente aveva portato da Roma) o una nuova foto del Re Juan Carlos dedicata a Papà (ne avevamo già un paio, conseguenza del suo lavoro).
Era uno strano documento, una sorta di certificato antico, non più grande di mezzo foglio A4. Papà lo aveva fatto incorniciare in modo strano, con un vetro davanti e uno dietro, in maniera tale che, sganciandolo dal muro, si potesse leggere anche quello che c’era scritto sul retro. Fra il certificato e la cornice, nella parte inferiore, aveva fatto incollare una piccola targhetta in ottone: “NO TE QUEJES” (Non ti lamentare).
Il documento incorniciato era stato emesso il 23 agosto 1869 da un organismo denominato “Registro de Esclavos” ed era, l’ho capito quando Papà me lo ha spiegato e mi ha aiutato a leggerlo, la cedola d’iscrizione in una specifica anagrafe di una bambina schiava di un anno.
Patricia, così si chiamava la schiava, era di statura “creciente”, ovviamente “negra”, com’erano neri i suoi occhi, e nubile. La bocca era “grande” e il suo naso “romo”, quello che in italiano chiameremmo un naso “schiacciato” o forse, per un bambino, in maniera più affettuosa, “naso a patata”.
Patricia era figlia di Basilia. Sul documento, che certifica che Don José Cuclú è il legale proprietario di Patricia, né la mamma né la figlia sembrano avere un cognome, come non ce l’hanno (almeno per ora, ma non escludo che presto non succederà) i nostri animali domestici. Solo il nome con cui immagino Don José si riferisse a loro.
Il Registro in questione era quello della città di Arecibo, in Puerto Rico. Il retro del documento non aggiunge troppa informazione, serve semplicemente a dire che si tratta di un duplicato perfettamente equivalente all’originale, che si era smarrito.
“Non ti lamentare”, aveva fatto aggiungere mio padre. Non ti lamentare della tua sorte, di tutto quello che vorresti avere ma non hai. Apprezza invece la fortuna di avere milioni di volte di più rispetto a quello che avevano Patricia e Basilia.
Papà non era originale nel tipo di messaggi che cercava di trasmettere ai propri figli per farli diventare “brave persone”. Ma sicuramente era originale nei metodi che trovava. E tuttavia, ad essere onesti, e come succede per tutti gli artifizi didattici che i genitori inventiamo, pieni di buone intenzioni, non penso che essere cresciuto con quel documento appeso in una parete di casa ci abbia reso persone speciali. Ma per qualche strano motivo, oggi mi è tornato in mente, dopo anni che non ci pensavo più.
L’episodio scatenante è stata la conversazione che abbiamo avuto io e V., quasi appena partiti, con due uomini davanti a un piccolissimo negozio di artigianato che si trovava nell’oasi di Gdourt. Un posto magico, un piccolo villaggio immerso in questo paradiso di ombra, vegetazione e acqua, che immagino fresco anche in piena estate. Un’unica strada lo attraversa, nella gola del canyon della Vallée d’Issy, le casette ai due lati, un ruscello che corre parallelo al viale e delle pozze d’acqua fresca in cui uno immagina i bambini trovare conforto termico nei mesi più torridi.
Ci fermiamo in questo negozietto minuscolo. Un uomo sui quarant’anni, seduto fuori a chiacchierare, ci accoglie. Parla un ottimo francese e ci spiega che lui è nato qui ma che abita in una delle grandi città del Marocco. Ogni volta che può torna a casa. È una persona gioviale e chiacchierona. Il proprietario del negozio non è lui ma il vecchietto seduto vicino. Parlarci è più complicato, conosce poche parole francesi e sembra un po’ malandato.
Noto che ha un occhio malato, ovviamente non so cosa possa avere, ma unisce un forte strabismo a una patina lacrimosa e viscosa che mi fa pensare che avrebbe bisogno di una cura. Forse ce l’ha. Abbiamo visto, in effetti, piccoli centri medici anche in cittadine che sembravano poco abitate. Ed è visibile un certo sforzo del Marocco per portare sviluppo economico, scuole e medicina, alla popolazione più disagiata. Abbiamo incrociato numerosi cartelli di programmi di “Sviluppo Umano”.
Ma quando parliamo con lui, artigiano vecchio e malato, i suoi piedi mal protetti e vediamo l’interno della sua bottega minuscola e scura, mi inonda un senso di disagio e tristezza.
V. chiede all’uomo della metropoli se è vero che nei piccoli centri nel Marocco siano ancora importanti i clan tradizionali. Lui risponde dimostrando di essere uno che ha letto: “sono stupidaggini che vi raccontano per renderci esotici. Tutto quello è il passato. Siamo da tanto tempo organizzati come hanno voluto i francesi, coi nostri comuni, i nostri rappresentanti eletti nelle elezioni, che lottano perché qualcuno faccia arrivare qui qualche briciola. Ci sono due Marocco: quello che piace ai turisti, con le grosse città, i mercati, lo sviluppo, gli stadi di calcio per la Coppa del Mondo. Noi siamo del “secondo Marocco” quello in cui non c’è nulla, non c’è sviluppo, non ci sono risorse.”
Guarda le nostre espressioni comprensive e dispiaciute. E aggiunge, sorridente:
“Ma qui… è bello.”
Per qualche motivo, è stato dopo questa breve chiacchierata, risalendo in bici, che mi è venuto in mente il motto (No te quejes) che Papà ha fatto incidere sotto il Certificato di proprietà di Patricia.
La tappa di oggi è molto breve in termini chilometrici, potremmo definirla una passeggiata. Sono meno di quaranta chilometri, ma nella prima metà c’è una salita, non proprio durissima ma lunga. Ce la prendiamo con molta calma, pedaliamo sotto il sole, ognuno col proprio ritmo, e ci voltiamo spesso per vedere la meraviglia che abbiamo lasciato alle spalle.
Attraversando il piccolo villaggio dell’oasi ho avuto la forte sensazione che fosse un posto in cui potrei trascorrere tranquillamente una settimana di ritiro solitario, a contatto coi locali, passeggiando, chiacchierando e scrivendo.
Finita la salita arriviamo nell’unico paesino che attraverseremo oggi prima di arrivare a Tafraout, la nostra destinazione. Si chiama Tassrirt. Come ormai è tradizione, arrivo per primo e mi fermo nel posto del paese che antropologicamente potremmo definire “piazza”, uno slargo in cui ci sono i cinque o sei contadini che vendono verdure, datteri e qualche cianfrusaglia. C’è un piccolo edificio, chiuso, con un porticato, comodo per sistemare parte della merce e aspettare, seduti, che qualche cliente, che non si vede, arrivi a comprare.
Dall’altra parte della strada, alla nostra sinistra, un bar che generosamente possiamo definire “scarno” ma che è buio e spoglio a dei livelli esagerati. Davanti alla porta, per strada, seduti su delle sedie bianche di plastica, alcuni anziani.
Non vengo accolto dai soliti gesti caldi né da gentili sorrisi. Saluto lo stesso con un gesto amabile e rimango per un po’ a guardare quello che hanno da vendere. Avvicino il venditore della frutta secca. Gli mancano l’ottanta per cento dei denti e si fa fatica a comprendere cosa dice, il suo livello di francese è minimo. Ma proviamo a capirci. La parola Spagna è di solito un apriporta. Tutti hanno un parente che vive in Spagna. E quelli che hanno vissuto per un po’ in Francia o che hanno parenti lì conoscono un aspetto particolare e specifico della Spagna: le strade.
E così, il vecchietto mi chiede se conosco “Iv”. Io non capisco ma lui ripete, “Iv, Iv”… Per un secondo penso si riferisca a una persona di nome Yves, e scrivo sulla mia mano virtualmente le varie lettere. “No, IV!” mi risponde, scrivendo anche lui con una matita inesistente. “Madrid-Córdoba, IV!!”
Rido, mi sta chiedendo se conosco la strada Nazionale IV, che da Madrid va verso l’Andalusia, quella che tutti i marocchini percorrevano per andare verso Algeciras ogni estate con le loro macchine cariche “come la macchina di un marocchino” (dicevamo noi quando ero bambino). Con l’arrivo delle low cost il fenomeno si è leggermente ridimensionato, ma neanche tanto. A scendere portavano i prodotti europei che giù non si trovavano e regali per la famiglia. A salire, olio d’oliva, olive, arance, spezie, e chissà cos’altro.
Sarebbe come chiedere a un italiano che s’incontra: “e conosci la Salerno – Reggio Calabria?” Ovviamente rispondo con l’entusiasmo che mostrerebbe uno che su quella strada nazionale ci è cresciuto e ha avuto i primi amori. Lui è felice che io la conosca e me ne dice altre. Mi dà pacche sulle spalle e sorride con la sua bocca sgombra e rispondo con lo stesso affetto. Ha tanta famiglia in Francia, e tornano ogni estate.
I miei amici sono arrivati e si sono sistemati nelle sedie del bar, fra i vecchietti, grazie anche a qualcuno che ha ceduto la propria sedia. Ordiniamo un po’ di bevande e l’immancabile tè. V. chiede ai locali se qualcuno vuole un caffè e uno di loro accetta l’invito.
Cammina per strada, senza un criterio, un uomo che ricorda al matto di Cinema Paradiso, “la piazza è mia, la piazza è mia”. Parla in continuazione, pronuncia frasi incomprensibili, e ripete all’estenuazione “Monsieur, monsieur, s’il vous plaît…” e chiede un’elemosina che per ora non gli diamo.
Stiamo un bel po’ con questo gruppo di anziani, sembrano tutti pensionati, forse contadini. Scambiamo battute semplici, seduti tutti mischiati, ridono, si prendono in giro fra di loro e ci fanno domande. Ho l’impressione che qualcuno, in particolare uno dall’aspetto più curato, possa essere rientrato all’età della pensione dalla Francia, anche se nessuno di loro si lancia a parlare francese con noi.
Sono di fronte a uno di loro, particolarmente malandato, che sembra molto povero e mi ricorda il vecchio signore del negozio di questa mattina, quello con gli occhi malconci. Come quasi tutti, ha una dentiera rovinatissima. Ma anche lui ha gli occhi molto inumiditi e uno sguardo che denota una qualche malattia oculare. Sembra faccia fatica a mettermi a fuoco, gli parlo e lui fa quel gesto di chi non riesce a vedere bene.
Allora mi viene un’idea e gli chiedo: “Non hai degli occhiali?” Non mi capisce. Allora tolgo i miei e glieli mostro: “Non hai questi?” Chiamo l’uomo più distinto e gli chiedo di tradurre. Il vecchietto risponde di no. Allora gli porgo i miei occhiali e gli dico: “Prova questi”. Lui fa fatica a metterli, lo aiuto e li indossa. Sono degli occhiali da lettura, dei banali +2 da farmacia. Ma lui sorride, sembra vedere meglio. Mi guarda, entusiasta. Li tocca, li sistema sul viso. E ride.
“Ti fanno anche più bello, puoi tenerli!” Lui non capisce.
L’uomo distinto mi chiede: “Ma quanti soldi vuoi? Non credo che lui possa pagarteli.”
“Non voglio niente, è un regalo, sono suoi!” L’uomo traduce. E il vecchietto mi dice mille volte “merci, merci”, mi prende le mani fra le sue. È un bambino felice. Anche l’uomo distinto mi ringrazia e gli dico che non è una grande cosa, ho altri occhiali con me.
Il vecchietto sta lì ancora un po’, si tocca gli occhiali mille volte e muove lo sguardo su e giù, a destra e sinistra, cercando di capire cosa vede e cosa no. A un certo punto, forse temendo che io possa cambiare idea, si alza, mi ringrazia ancora e se ne va.
Il matto sembra più tranquillo e gli chiediamo se vuole un tè. Accetta, ma è seduto per terra sul marciapiedi (chiamiamolo così), per cui glielo verso e glielo porto. È contento anche lui.
Salutiamo tutti e ce ne andiamo, non vogliamo fare troppo tardi. Nel salutare con la mano, già dalla bici, mi torna in mente ancora il certificato di Patricia: No te quejes.
A Tafraout dormiremo in un albergo piuttosto comodo e più grande del nostro solito. Ha perfino una piscina dall’acqua ghiacciata davanti al ristorante e un bar spazioso in cui i locali guardano le partite di calcio.
Appena arriviamo ci riceve un italiano che, da quello che mi dice dopo dieci minuti, vive di rendita grazie a una villa ereditata e gira alcuni posti del mondo che gli piacciono. Trascorre diversi mesi all’anno in Marocco e da qualche anno viene in questo albergo in cui è di casa.
È un tipo insopportabile che non riesce a mettere un punto a una frase se prima non ha aggiunto un’informazione contenente il prezzo di qualcosa. Non ce la fa. Paga sempre poco per tutto e te lo deve far sapere: se gli domandi come si muove ti dice i prezzi degli autobus e dei taxi. Se vuoi sapere quanto spesso viene non mancherà di elencarti tutti i suoi voli, le connessioni che ha fatto per risparmiare e quanti soldi ha dato a Ryanair le ultime dieci volte che è venuto in Marocco. E se gli chiedi il consiglio di un ristorante ti dirà che lui è più furbo perché compra solo pesce fresco che paga 8€ al chilo e che si prepara e mangia crudo nella sua camera d’albergo. Non lo congela prima, come consiglia qualsiasi esperto per precauzione, perché il suo organismo è più forte del nostro.
Il tipo è talmente fastidioso che mi scappa, involontario, un augurio cattivo. In fin de conti, molti innocenti vengono aggrediti dal vorace Anisakis per un semplice incidente, senza aver voluto provocare la sorte.
Non si trattiene dall’invitarci ad abbonarci al suo canale Youtube su cui pubblica video in cui si vede sempre lui sulle spiagge più belle del mondo, perché lui le conosce tutte. Ci basta guardarci negli occhi velocemente per decidere che non trascorreremo neanche un minuto del nostro soggiorno con questo individuo.
La sera facciamo un giro nel piccolo centro di Tafraout, che è stupendo. Il souk è pieno di negozi interessanti, di antiquari che sembrano genuini, e anche la zona delle bancarelle di alimenti è molto animata.
Decidiamo di organizzare la cena in maniera diversa. Compreremo del pesce al mercato e ce lo faremo grigliare in uno dei posti che ci sono per strada in cui puoi sederti a mangiare portando tu stesso la materia prima.
Mentre decidiamo come organizzare questo, un uomo simpatico, che parla un perfetto italiano, si siede vicino a noi nel baretto in cui stiamo bevendo qualcosa. Ha imparato l’italiano con Salvatores, quando hanno girato Marrakech Express, film in cui ha fatto la comparsa. Quando apprende che sono spagnolo esibisce anche con me un decentissimo livello di padronanza della mia lingua e mi dice di avere tanti amici che vivono in Catalogna.
Mi racconta di essere nato nel Sahara Occidentale. Conoscendo qualcosa della complessissima situazione politica di questa martoriata regione (colonia spagnola fino al 1975!) che lotta per ottenere l’indipendenza dal Marocco, provo a fare qualche domanda. Per esempio, sono curioso di sapere cosa pensa del fatto che il nostro governo, socialista, dopo più di trent’anni di posizioni bipartisan in cui i socialisti spagnoli, pur cercando di mantenere un buon rapporto col governo marocchino, hanno molto supportato la causa saharaui, abbia deciso di voltar loro le spalle supportando al 100% l’ultima proposta del Marocco alle Nazioni Unite e che concederà, al massimo, lo statuto di “regione autonoma speciale” al Sahara Occidentale.
Ma la sua risposta è ermetica, non si sbilancia. Mi dice che i politici, tutti, lottano solo per il petrolio. Quindi non ha una posizione e la cosa mi sorprende. Al punto che interpreto che, in realtà, lui non ne voglia parlare per paura di essere ascoltato oppure perché non si fidi di me. Il fatto è che rimane estremamente tiepido, e io deluso.
Ad ogni modo è molto gentile con noi, ci aiuta a trovare il posto in cui ci cucineranno il pesce, parlando anche col proprietario (che forse gli riconoscerà una piccola commissione) e, prima di cena, ci accompagna in un negozio, di cui inizialmente ci ha detto di essere socio, dove vendono bellissimi tappeti di tutte le regioni più importanti del Marocco, dato che P. ha manifestato interesse a comprarne qualcuno.
In realtà, ci sembra di capire, lui non è altro che uno dei tanti “pescatori di turisti” il cui lavoro è fare amicizia con quelli che si trovano in giro, parlando del più e del meno, per poi dirgli che hanno un bel negozio di artigianato, portarli lì e aspettare a riscuotere la loro jaba.
Ma prima, io e M. andiamo da un pescivendolo e compriamo due grosse fette di tonno appena arrivato, che pesano più di 3 kg, e un po’ di sarde freschissime. Paghiamo per tutto quel pesce quello che avremmo pagato in un ristorante italiano per un piatto.
Dopo un’ora di visita nel bel negozio di tappeti e di averne visti a decine, uno più bello dell’altro, l’estenuante trattativa di P. coi fratelli proprietari, in perfetto italiano, si chiude nello stesso modo in cui si concludono gli incontri fra Trump e Putin, tante parole e nulla di fatto. Ma, indifferenti alla sconfitta, i padroni del negozio hanno voglia di dimostrarci la loro ospitalità e mandano qualcuno a comprare delle birre fredde che ci offrono e che beviamo (solo noi) insieme a loro. Non sembrano delusi per il fatto che P. non abbia comprato nulla, anzi, ci regalano anche le lattine avanzate, che ci basteranno per la cena. Li salutiamo, promettendo di tornare e loro rispondono nell’unico modo ormai possibile: Inshallah!!
La nostra cena è semplicemente fantastica. Hanno sistemano per noi dei tavoli con le tovaglie di carta in mezzo a una stradina, vicino alla griglia lunga e stretta su cui ci cucinano il pesce, un po’ alla volta. Lo mangiamo insieme alle diverse insalate che ci hanno preparato. Abbiamo chiaramente esagerato con la quantità di tonno comprato, per cui regaliamo ai cuochi qualche porzione e loro apprezzano molto.
Mentre torniamo in albergo, passeggiando, vedo parcheggiata per strada una macchina Renault 12, che è stata la seconda macchina che, ancora ventenne, ho avuto. Mi porta dei ricordi incredibili, è la macchina che mi ha accompagnato in parecchi viaggi, ma soprattutto quella con cui sono uscito un’infinità di sere insieme ai miei amici e fidanzate dell’epoca, andato a tante feste e concerti, la macchina che mi portava all’università.
Avevo vent’anni: lavoravo e studiavo, è vero, ma avevo quella macchina che, già allora, era considerata vecchia e che io avevo ereditato da mio fratello, che a sua volta l’aveva comprata di terza o quarta mano.
Eppure, oggi, trentacinque anni dopo, è sicuramente la macchina di un adulto qui, in Marocco, di un padre di famiglia che la usa non per andare a fare bisbocce ma per lavorare o per portare la sua famiglia.
Ci rifletto ancora mentre mi lavo i denti, e ripenso a tutto quello che ho vissuto oggi. Le tre parole mi tornano in mente mentre mi corico: “No te quejes”. Eggià.
(Continua)








Letterina a Babbo Natale:
Caro Babbo come regalo vorrei che tu dicessi ad Ernesto di prolungare il viaggio in Marocco per gustarmi ancor più questa bella avventura.
From Pietro with love.