India (I)
Torno in India, vent’anni dopo, per iniziare a conoscerla da vicino
N.B.- Le parole sottolineate sono link esterni.
La prima e unica mia volta in India, prima di adesso, è stata più di venti anni fa. Ero venuto a fare uno di quei corsi che fanno i manager d’azienda. Allora ho trascorso tre settimane, dal lunedì al venerdì frequentavamo le lezioni in una bellissima scuola delle Ferrovie Indiane a Vadodara (Gujarat) e nei weekend viaggiavamo per conoscere alcuni dei posti indispensabili.
Il contatto con questo paese avvenne quindi in un ambiente molto asettico e protetto, ma quel poco che vidi dell’India bastò per provocarmi una transitoria ossessione per la sua cultura, per la musica e la letteratura.
Tornai da quel viaggio con una valigia intera carica di stoffe, vestiti e oggetti di tutti i tipi. Mia figlia María, allora sei anni, rimase affascinata e mi disse che voleva andare anche lei in India. “L’India non è un paese da visitare quando si è così piccoli. Dobbiamo aspettare che tu abbia almeno sedici anni”, le risposi. L’estate scorsa, poco prima di compierne ventisei, María mi ha chiesto se non pensassi che dieci anni di ritardo fossero più che sufficienti. “Prima che la tua vita s’incasini di nuovo e che io decida cosa farne della mia, è il momento di andarci.”
Tendo a credere che il fato (diciamo pure il karma, per iniziare col piede giusto) non faccia quasi mai le cose per caso. E quindi eccoci qui, a New Delhi. Un padre cinquantaseienne e sua figlia di ventisei anni che, quando qualcuno chiede loro “cosa fate nella vita”, si guardano e rispondono: “quanto tempo abbiamo per darti una risposta?”
Abbiamo deciso di non comprare il biglietto di ritorno. Maria perché vorrebbe restare più a lungo possibile. Io perché voglio tenermi aperta la possibilità di dirci: “ok, è stato bello, ma anche un po’ troppo intenso, rientriamo.” A ogni modo, mi sono dato un mese come durata massima.
L’arrivo a Delhi di moltissimi voli dall’Europa avviene di notte. Il fuso orario è spostato in avanti di quattro ore e mezza. Una scelta, credo, assai unica che mi ha sempre divertito.
Mi sono immaginato che sia andata così: I massimi esperti indiani sono divisi in due fazioni irreconciliabili: i sostenitori delle “quattro ore” contro gli integralisti delle “cinque ore”. Poi, dopo dei giorni interminabili di concilio a porta chiusa, li raggiunge il primo ministro dell’epoca e chiede: “Allora, cosa avete deciso?”. Un segretario super partes gli fa la sintesi del disaccordo, lui guarda tutti e con un mezzo sorriso propone quello che avrebbe proposto Salomone. Lo fa pensando che la proposta è così assurda che spera che uno dei due bandi sia disposto a cedere. Invece noi oggi portiamo avanti le virtuali lancette dei nostri smartphone di quattro ore e trenta minuti. Che è come se Salomone avesse davvero fatto tagliare il bambino a metà.
Atterriamo passate le 2 di notte e, fra le procedure d’ingresso, il tempo necessario per dotare i nostri telefoni di connessione (come diavolo avremo fatto per tutti quei secoli a viaggiare senza), arrivare fino al “dock” di Uber per trovare una macchina e l’intenso traffico notturno di una città di trentatré milioni di abitanti, Arriviamo in albergo alle 4:30 inoltrate. Un po’ stanchi, dopo le tante ore di volo, ma contenti ed eccitati.
L’adrenalina ci fa comunque dormire e la mattina dopo, usciamo verso mezzogiorno. Camminiamo verso la metro su un lungo viale. Il nostro albergo si trova in una zona residenziale relativamente verde nella zona sud della città.
È il primo contatto di María con questa dimensione nuova per lei: traffico costante di veicoli di tutti i tipi, clacson che suonano senza mai fermarsi, perché chi guida, non importa quanto grande o quanto piccolo sia il suo veicolo, deve sempre farsi sentire, per evitare l’incidente, per dire a chi sta davanti: “spostati, lasciami passare”, oppure “non mi venire addosso, ti sto superando”.
A ogni incrocio, famiglie intere, bambini che si disseminano fra le macchine per strappare l’elemosina ai passeggeri dei tuctuc e poi si riuniscono di nuovo, appena il conto alla rovescia, presente in quasi tutti i semafori, si azzera e riparte il traffico. Panni stesi sulle corde attaccate fra il palo del semaforo e quello della luce. Polvere, sporcizia ovunque, mamme sdraiate per terra con la nonna vicina e un minuscolo bambino in braccio, candidato sicuro a integrare la squadra di richiedenti l’elemosina appena saprà camminare.
Guardo María per cercare di capire se è più sorpresa o più spaventata. Invece mi sembra soltanto curiosa e divertita da questo incredibile trambusto. Come se nulla fosse nuovo, come se in una vita precedente avesse già visto cose del genere. Mi dico che, in effetti, ha passato dei brevi periodi in Costa Rica e in Zambia.
Arrivati alla fermata della metro più vicina, moderna e molto spaziosa, ci rivolgiamo a una delle macchine automatiche. Un impiegato della metropolitana ci dà una mano a comprare il biglietto. Ma il taglio delle banconote che ho preso in aeroporto (500 rupie, poco più di 5 euro) è troppo grosso e la macchina non li accetta. Il costo dei due biglietti è di 42 rupie, sui 40 centesimi. Allora l’uomo mi dice “change”, sorridente, mi chiede una banconota e si rivolge alla biglietteria che si trova verso l’ingresso. Torna con le banconote più piccole in mano e ci aiuta a comprare il biglietto, processo comunque semplicissimo. Finita l’operazione, chiedo con delicatezza se posso dargli una moneta per ringraziarlo ma lui rifiuta con un gesto delle mani, sorridente, come a dirmi: “non c’è bisogno, è il mio lavoro, ma grazie”.
La metro senza autista dovrà fare due sole fermate, poi cambieremo linea e avremo un’ulteriore fermata fino alla zona da cui inizieremo il nostro tour di oggi. Non abbiamo un tour operator, un’agenzia, una guida. Decideremo tutto noi e, finora, è stata fondamentalmente María quella che ha studiato il percorso che seguiremo nelle prossime settimane, usando le varie fonti d’informazione su internet e anche un bel po’ di guide prese in biblioteca e restituite prima di partire. Sicuramente non escludiamo l’utilizzo di guide in alcuni dei posti in cui andremo. Ma lo spirito del viaggio è di muoverci come backpackers, zaino alle spalle, leggeri e autogestiti.
La metro non è affatto piena e possiamo osservare il modo in cui sono vestiti i nostri compagni di vagone. María nota che quasi tutte le ragazze portano i capelli lunghissimi, slegati o con una semplice pinza di plastica che li raccoglie all’indietro. E anche che alcune sono vestite “come lei”, in maniera del tutto occidentale, mentre altre indossano vestiti più “locali”, se così si può dire.
Il primo monumento che visitiamo è un’importante tomba, una delle tante costruite dai personaggi arabi delle varie dinastie che hanno governato questa regione dell’India per circa sei secoli. La struttura tipica della tomba consiste in un edificio, di solito ottogonale, più o meno ricco e imponente, più o meno decorato, all’interno del quale si trova la tomba dell’imperatore o del potente di turno, molto spesso insieme a quelle dei suoi parenti, mogli o discendenti. È facile trovare anche strutture con più di una costruzione, oppure con una moschea adiacente. Normalmente, il tutto si trova in dei parchi pieni di vegetazione e molto curati.
Faccio subito una premessa: ovviamente spero d’imparare qualcosa nelle prossime settimane, ma la mia conoscenza di partenza della storia indiana è minima, come lo è quella della sua arte, delle tradizioni ancestrali, della cultura e della sua, anzi delle sue religioni. Per questo motivo, ma soprattutto perché questi sono gli appunti di viaggio di un uomo che viaggia in India con sua figlia, e non una guida turistica, non mi dilungherò in descrizioni fintamente erudite, che sarebbero poi wikipedesche, dei luoghi che visiteremo. Magari le citerò, ma cercherò di non improvvisarmi il colto divulgatore che non sono.
Abbiamo deciso di dedicare il primo giorno, più breve perché abbiamo dormito fino a tardi, ad alcune zone più tranquille, per un primo contatto meno d’impatto rispetto a quello che sarà il centro, la vecchia Delhi. Iniziamo dalla tomba di Safdarjung, a circa 5 km dal nostro albergo, che si trova in una zona chiamata, anch’essa con lo stesso nome. Si dimostra subito la scelta ideale: pochissimi turisti, un giardino meraviglioso, con un’enorme vasca d’acqua centrale e la tomba, in perfetta prospettiva, in fondo. Uno stupendo amuse-bouche di tutte le bellezze che ci attendono.
Da lì ci spostiamo, camminando, negli immensi giardini di Lodhi, all’interno dei quali ci sono diverse altre tombe (Shah, Shish Gumbad e Sikandar), una più bella dell’altra, quasi sempre ottogonali, con qualche eccezione quadrata.
La vegetazione del parco ci impressiona. È tutto molto curato. La giornata è calda, il sole brucia, ma un’aria tiepida ci asciuga il sudore. Giriamo il parco e osserviamo gli edifici storici ma, direi con più interesse ancora, le persone, i loro gesti.
Notiamo le tante giovani coppie di fidanzatini, spesso giovanissimi, e ci sorprendono le espressioni dei loro volti. Siamo in una società, si sa, molto maschilista, ma le espressioni dei maschi e delle femmine ci trasmettono un senso di dolcezza, di complicità e di tenerezza. E poi, la quantità infinita di foto che si fanno. Soprattutto i maschi alle femmine, che si mettono in posa, a volte con timidezza, mentre vengono fotografate dai loro ragazzi.
Mentre camminiamo in una zona boscosa del parco notiamo una costruzione, una sorta di tettoia circolare con sotto dei ragazzi. Si direbbe, da lontano, il tipico raduno scout del sabato mattina nei parchi cittadini. Mi avvicino, forse per cercare di dare esempio a María del modo di viaggiare che ho adottato negli ultimi anni: parlare il più possibile con la gente, chiedere, non rimanere a guardare da lontano, mostrare interesse, stringere mani, sorridere.
Ci viene subito incontro un ragazzo e ci spiega che sono un gruppo di “cancer survivors”, ragazzi che hanno superato tumori di vario tipo e che hanno avuto il supporto di un’organizzazione chiamata Cankids Kidscan, creata vent’anni fa da un uomo indiano, ex-malato di tumore, e una donna, madre di un ragazzo che è sopravvissuto anche lui a un tumore. La loro missione è accompagnare bambini e ragazzi malati e le loro famiglie, fare in modo che non si sentano soli nel tempo che dura il trattamento, molto provante e che richiede grossi sforzi logistici e psicologici. Ma anche seguirli dopo la guarigione, che spesso lascia dei postumi.
La fondatrice si trova lì e viene a salutarci. Sembrano molto gratificati delle tante domande che facciamo. M’interessa soprattutto capire quanto la disuguaglianza imperante in India sia un blocco per avere accesso alle cure. Lei mi rassicura sul fatto che il sistema sanitario è buono e che lo stato copre le cure. “Tutti hanno accesso al sistema”, mi dice.
I due tipi di tumore più frequenti sono la leucemia e il retinoblastoma. Per fortuna, se scoperti al momento giusto, le percentuali di survivors sono alte. Ma cresce anche, in assoluto, la quantità di bambini e ragazzi che si ammalano. Ammette che non sa il motivo. “Sospetto che sia il nostro stile di vita, per esempio il fatto di essere sottoposti a tutte queste onde per via della nostra connessione permanente. Ma non lo so e non voglio improvvisare teorie. Di sicuro penso che ci sia molta ricerca per guarire e forse non troppa ancora per prevenire.” È una donna preparata e appassionata. È lì insieme ad, almeno, venti ragazzi adolescenti, tutti di Delhi, che ce l’hanno fatta. “E cosa fate qui oggi? chiediamo al ragazzo, che ci ha detto di essere il coordinatore del gruppo. Stiamo insieme, ci raccontiamo le nostre esperienze, facciamo attività, l’esperienza di quelli che sono più avanti aiuta quelli che sono più indietro.
Altri ragazzi si avvicinano, sorridenti e curiosi, e ci chiedono da dove veniamo. A differenza di quello che succede in altri paesi, qui a nessuno sembra importare il calcio: infatti nessuno ci risponde citando i giocatori più noti dei nostri paesi. Uno dei ragazzi, particolarmente sorridente e bello, copre gli effetti della chemio in corso con un cappellino della Under Armour. “Mi piace troppo il tuo cappellino!”, gli dico, e lui sorride orgoglioso. “Ne voglio uno uguale!” Lui ride di gusto.
Prometto loro che faremo una donazione online e prima di salutarli chiedo se posso fare una foto al gruppo. La donna e il ragazzo responsabile chiamano tutti e si sistemano sotto questa tettoia che ci preserva dal forte sole. Esigono che ci sia anche Maria nella foto e io resto fuori a scattarla.
Ci salutano con gratitudine e, come succede spesso in questi casi, andiamo via con la sensazione che siamo noi a dover ringraziare. Ringraziare e non lagnarci.
Mi giro per l ‘ultima verso il ragazzo pelato e gli urlo ridendo: “Troppo bello, il tuo cappellino!!”
Guardo María. Contenta, ammirata, arricchita, come lo sono io.
Proseguiamo nel bosco e troviamo un gruppo di ragazzi, si direbbe una classe di prima liceo, vestiti, quasi tutti, alla maniera occidentale. Hanno una piccola ma potente cassa collegata a un telefono e sono tutti a chiacchierare e ascoltare la musica indiana, moderna ma con quella caratteristica sezione ritmica che risveglia in me, inevitabilmente, la voglia di ballare, come penso sia naturale per molti. E mi fa pensare all’evidentissimo rapporto fra questa e lo stile flamenco.
Qualche ragazza sta iniziando a ballare e spero che fra qualche secondo inizino a farlo altri per poter scattare qualche foto. Ma mi sembrano un po’ intimiditi dalla nostra presenza e non si decidono per cui andiamo via per non scomodarli.
Poco distante, vicino a una delle tombe da visitare, osserviamo un gruppo di persone sedute per terra. Non è un picnic, sono disposti in fila, uno davanti all’altro. Una buona trentina. Giocano a scacchi!
Mentre, affascinato, osservo il gruppo, María e di là che parla con la donna che sembra aver organizzato questo torneo al parco. Una donna giovane e sorridente, del tutto occidentale nel modo di vestire e con un inglese assente del classico accento indiano. È la mamma di una ragazza indiana che è fra i primi 100 giocatori al mondo e ha deciso di aprire un’accademia di scacchi. Oggi ha organizzato questo torneo con giocatori di tutte le età: ci sono bambini piccolissimi ma anche persone piuttosto anziane.
Ci sono tante partite in gioco, coi loro orologi come da regolamento, tutti seduti nella posizione del loto. Chiedo a un uomo che è in piedi a osservare se posso scattare qualche foto e lui mi dà il permesso, contento. Si avvicina e mi sorprende la sua domanda: “cosa pensi di quest’attività?” Ovviamente rispondo, in maniera del tutto sincera, che la trovo stupenda, che conosco quanto di buono hanno gli scacchi come attività per giovani e adulti. È il padre di uno dei ragazzi che frequentano l’accademia e mi parla degli aspetti di sostenibilità della loro attività: “siamo in un parco, respirando aria meno inquinata, tutti qui a giocare, senza un telefono in mano, per qualche ora”.
Tutto nello stesso parco, un sabato mattina: terapia motivazionale di gruppo per adolescenti che hanno superato un tumore; un gruppo di compagni di classe liceali che chiacchierano e ballano in amicizia; un torneo di scacchi con giocatori dagli otto agli ottant’anni.
Andiamo verso un’altra zona che va visitata, l’area archeologica della tomba di Humayun, un complesso suddiviso in due parti: la tomba in sé, con un parco spettacolare in cui si trovano anche altre tombe e moschee molto belle; e un nuovo complesso costruito qualche anno fa grazie al finanziamento ricevuto dall’Aga Khan, in cui c’è un museo archeologico, un altro parco immenso e curatissimo e dei palazzi antichi da visitare esternamente. Bisogna pagare il biglietto per entrare e l’ovvia conseguenza è che l’interno è popolato da indiani locali piuttosto benestanti che vanno a godersi un bel picnic pomeridiano.
Abbiamo la fortuna che sia incorso un festival della cultura sufi. Per questo motivo ci sono concerti di musica indiana, moderna ma d’ispirazione religioso-spirituale, e anche una zona di street food e un mercatino con dei negozi di piccoli artigiani e stilisti di qualità e gran gusto. María vorrebbe comprare tutto. I prezzi sono a dei livelli economici per essere europei, ma carissimi per essere indiani. Ma il problema principale è che partiamo fra qualche giorno per un lungo giro e non ha troppo senso caricare adesso i nostri zaini. Prendiamo nota dei nomi più interessanti, per un eventuale contatto quando il momento dell’acquisto d’impulso sia passato.
Dopo aver ascoltato alcuni brani suonati da un complesso di notevole qualità, e danzati da una ballerina dalla bellezza persiana, prendiamo un tuctuc e ci dirigiamo verso la zona in cui María ha deciso (decide tutto lei, praticamente) che andremo a cena.
Si chiama Haus Khas ed è una sorta di villaggio chiuso al traffico, in mezzo a un enorme parco, in cui si trovano negozi, locali e ristoranti. Ci sarebbe piaciuto arrivare prima per vedere il tramonto da uno dei terrazzi dei locali, ma si è fatto buio.
Abbiamo scelto un ristorante di cucina dell’Himalaya che sembra molto buono. Sulla carta ci sono anche tanti piatti di cucina del Buthan e del Kashmir, e in effetti scopriremo alla fine che il proprietario è di questa regione.
Dopo aver ordinato, una cameriera assegna il tavolo vicino al nostro a un uomo occidentale vestito con un paio di calzoncini e scarpe da trekking e una camicia. Quando lo vedo arrivare non posso evitare un riflesso negativo, avrei preferito approfittare della cena per ragionare con María delle prossime tappe anziché rischiare di beccarci un europeo che magari non ci va a genio e ci rovina la serata.
Per qualche minuto, in effetti, ci ignoriamo. Dopo un po’ noto che ha sul tavolo una copia dell’Hindustan Times, uno dei due giornali in inglese più importanti, dettaglio che mi era sfuggito. Non una cosa che un turista faccia di solito. Parla con la cameriera delle opzioni di birra disponibili sul menu e sembra tentato di ordinare la stessa che ho preso io: la Kingfisher Ultra. Devo evitarlo a tutti i costi.
“A meno che non ti piaccia la birra che sa di Fanta, te la sconsiglio”. Sorride e mi ringrazia. “Fa così schifo?” “Una delle peggiori birre che ho mai bevuto.” Decide di ordinare una birra del Buthan.
Iniziamo a chiacchierare. E si rivela un tipo interessantissimo. Finlandese, professore di Politica Internazionale all’università di Helsinki. Autore di diversi libri su capitalismo, politica e società, alcuni tradotti anche in altre lingue. Peraltro, parla un ottimo spagnolo perché ha vissuto dieci anni in Cile.
Si trova a Delhi per partecipare a un foro internazionale di politica, dove terrà una conferenza sul simbolo della Svastica, uno dei temi su cui ha perfino scritto un libro. Sapevo che, nella tradizione indiana, la svastica si trova in tantissimi luoghi, con una funzione di auspicio di buona fortuna. Ma non sapevo cosa portò questo simbolo a diventare uno dei simboli del nazismo, e tantomeno che l’aviazione finlandese l’avesse adottato come stemma qualche anno prima dell’arrivo di Hitler al potere.
Teivo, così si chiama il nostro nuovo amico, è un compagno di conversazione ideale. Conosce tutti i temi di politica di cui si discute oggi. È divertente e per niente pedante. È un professore ma, oltre a raccontare, fa tante domande sulle realtà che conosce meno o che non segue da più tempo.
Parliamo molto anche di politica spagnola perché, fra tantissimi personaggi internazionali importanti, ne ha conosciuto anche di spagnoli, compreso l’ineffabile Puigdemont, per citarne uno. Oggi stesso ha dovuto commentare per la televisione finlandese l’inizio della nuova guerra deciso dalla coppia di pacifisti Netanyahu e Trump. Insomma, se qualcuno mi avesse chiesto di pagare per avere un compagno di cena così interessante, non avrei esitato a farlo.
Ci dilunghiamo fino a molto tardi e rimaniamo da soli per ultimi nel ristorante. Lui vuole andare ad assaggiare una birra artigianale in un locale vicino ma noi siamo morti dalla giornata intensa e preferiamo sacrificare la conversazione con un po’ di riposo e rientriamo in albergo dopo breve trattativa con l’uomo che guida uno dei tanti tuctuc.
Delhi ci ha regalato una prima giornata indimenticabile.







Buon viaggio a te e a Maria!! Aspetto di leggere i vostri prossimi racconti! Un abbraccio. Paola