India (II)
Delhi e l’emozione di viaggiare in India con una bellezza occidentale
N.B.- Le parole sottolineate sono link esterni.
N.B.2: Pubblico questi appunti mentre siamo in viaggio, quindi senza troppo tempo a disposizione. Chiedo la tua comprensione se mi sfugge qualche errore tipografico, da sommarsi a quelli linguistici semi-fisiologici nel mio caso. Se vuoi segnalarmeli scrivendomi in privato mi aiuti a migliorare la versione online. Grazie!
Qui trovi il primo capitolo di questi Appunti di Viaggio.
E Qui il link per seguire sulla mappa Polarsteps il nostro viaggio e vedere tutte le foto che pubblichiamo. Se mi segui su Polarsteps sarai aggiornato su ogni nuova tappa.
All’inizio ho pensato che Trump fosse convinto che tutto il mondo è Venezuela e che sarebbe bastato uccidere Khamenei perché un altro capo iraniano diventasse la versione barbuta di Delcy Rodríguez, la numero due del regime dittatoriale chavista che ha sostituito il suo capo e sembra capirsi molto bene col governo americano.
Poi qualcuno ha detto che, “a giorni”, l’Iran avrebbe avuto una bomba nucleare sullo scaffale, pronta per essere usata contro uno di noi. Sembrava strano ascoltare questa ammissione implicita di averci mentito, dopo che gli USA e Israele avevano “obliterated” ogni capacità nucleare iraniana negli attacchi dell’estate scorsa.
Alla fine, le dichiarazioni sincere di Marco Rubio hanno chiarito meglio che, in realtà, gli USA sono in guerra perché Israele aveva comunicato loro che avevano deciso di attaccare l’Iran e loro hanno pensato che l’Iran, a sua volta, sicuramente avrebbe reagito attaccando gli americani. E che fai, rimani lì a guardare? Lasci solo un amico? Mica vorrai fare un colpo di telefono agli alleati europei o fare un passaggio nel congresso, come prevederebbe la tua Costituzione.
E così, si è scatenato un putiferio di dimensioni planetarie che, tanto per cominciare, lascerà l’Europa coi prezzi di gas e benzina alle stelle, mentre i leader europei -con la solita eccezione che si può intuire, di cui vado molto fiero- non hanno, finora, avuto il coraggio di dire neanche quello che, umilmente, diciamo ai nostri figli quando non si presentano a cena dopo che abbiamo cucinato anche per loro e li abbiamo aspettato: “la prossima volta, ti dispiace almeno mandarci un messaggio whatsapp?”
Per quanto ci riguarda, la brutta notizia è che una nostra amica spagnola che vive a Milano e che, dopo dieci giorni di vacanza da queste parti, doveva rientrare in Italia dall’India il 1° marzo, è rimasta bloccata a Delhi con le due figlie. Volo cancellato, forse senza rimborso. Mi ha scritto questa mattina per dirmi che ha trovato un biglietto per rientrare ad Amsterdam l’8 marzo. Nel frattempo, rimangono a Delhi e lavoreranno e studieranno dall’albergo.
Mentre la buona notizia è che noi non abbiamo biglietto di ritorno. Dovremmo rientrare verso il 26 marzo. Fino a quella data, qualsiasi cosa può succedere e preferiamo non affrettarci, per ora, a cercare di comprare un biglietto. Tutto potrebbe risolversi in pochi giorni come magari potremmo dover rimanere a vivere qui per qualche mese, come la famiglia di Crosetto a Dubai. Meglio non pensarci troppo.
Dopo il primo intensissimo giorno a Delhi, il secondo è stato più tranquillo e comunque molto bello.
Speravamo di riuscire ad alzarci prima per approfittare della giornata, ma María ha fatto una fatica enorme e alle 11 eravamo ancora in albergo.
Prima di continuare la lettura: Vorrei che più persone che non mi conoscono leggessero i miei pezzi. Se vuoi aiutarmi, metti un ♥️ alla fine e condividi con chi pensi potrebbe apprezzare. Grazie 🙏
Abbiamo capito già ieri che i tuctuc (non so bene se si dica tuktuk o tuctuc, oppure col trattino in mezzo, ma mi piace “tuctuc”) sono il miglior sistema per spostarsi a Delhi e Uber il modo più efficiente per chiamarli. In pratica, i tuctuc sono una delle opzioni che offre Uber. Quando arriva il veicolo, bisogna mostrare al conducente il codice pin che l’app ti propone e lui lo inserisce nel suo smartphone. I prezzi Uber sono sempre più bassi di quelli che ti chiedono i tuctucari se chiedi a loro direttamente. Così ti eviti la divertente ma stancante trattativa. Arrivati a destinazione, paghi quello che dice Uber, più un po’ di mancia e finisce la corsa con soddisfazione reciproca.
Muoversi in tuctuc a Delhi è divertente e pericoloso allo stesso tempo, come fare un giro interminabile sulle montagne russe sapendo che un pazzo ha preso il comando e nessuno lo può fermare. Devi decidere se vuoi avere paura o se vuoi divertirti. Noi decidiamo di affidarci al tipo che ci sta facendo rischiare la vita e sperare che l’assicurazione che abbiamo sottoscritto prima di partire copra davvero spese mediche illimitate.
Sembra una corsa impazzita. La capacità dei tuctucari di calcolare le distanze, gli ingombri e gli angoli di sterzo sono prodigiose. Come anche il loro stomaco per non frenare mai, a meno che non sia strettamente necessario. Spesso guardiamo quello che si avvicina davanti a noi e pensiamo: “vabbè, adesso rallenterà…”, ma lui continua imperterrito, suona come un pazzo il fortissimo claxon, perché questi veicoli che sembrano derivati da scooter Piaggio, non hanno lo smorto grillo elettrico che hanno sempre avuto le Vespe, bensì dei potentissimi claxon da macchina.
I tuctucari, tuttavia, non sono tutti uguali. Ce ne sono di più aggressivi nella guida, e altri di più prudenti. No, “prudenti” non è la parola. Più calmi nello stile, forse. E ce ne sono di molto espansivi e altri più taciturni. Ma di solito, nella nostra piccola esperienza con una quindicina di loro, non si riesce a fare grandi conversazioni come invece avremmo voluto.
Al mattino decidiamo di visitare il complesso del Qutb Minar. Si tratta di un insieme di tombe, moschee e giardini che hanno come principale centro d’interesse l’enorme minareto iniziato a costruire da Qutbu’d-Din Aibak, sultano di Delhi, nel XIIIº secolo, quando i musulmani dominavano questa parte dell’India.
La quantità di turisti è notevolmente più alta rispetto a ieri e questo rende difficile fare belle foto dei monumenti senza tante persone. Con un certo senso di colpa, mi rendo conto, però, che mentre non mi dispiace che nelle mie foto ci sia, per esempio, una famigli indiana vestita in maniera più tradizionale, non voglio assolutamente il gruppetto di turisti americani o europei. Forse è un ragionamento un po’ “safaristico”, magari non è politicamente corretto, ma le foto sono decisamente più belle!
A un certo punto succede una cosa che non era capitato il primo giorno: si avvicinano due ragazze e ci chiedono se possono farsi una foto con María. La cosa ci diverte, ovviamente. Sono simpatiche, sorridenti e grate per questo piccolo “favore”.
Poi la scena si ripete di nuovo, e poi di nuovo ancora. Poi non sono più sole ragazze, ma anche famiglie. I genitori chiedono se possono fare una foto a María. Lei accetta ma, per mostrare più empatia, chiede sempre che ci siano i bambini, o le mamme con lei.
E così, solo in questo posto, Marìa viene interpellata almeno dieci volte da curiosi che vogliono portarsi a casa un ricordo della sua bellezza siculo-spagnola. Anche se a tutti diciamo che María è semplicemente italiana, un brand che vende decisamente meglio.
Immagino che, nello stesso modo in cui io rimango affascinato dalla bellezza di certe donne indiane, anche per loro sia qualcosa di pittoresco.
Qualche volta ho il coraggio di chiedere alle donne o alle famiglie se posso fotografarli, ma cerco di capire prima della richiesta se, dallo scambio di sguardi, si crea quella comunicazione che mi spiana la strada. Altrimenti preferisco non disturbare. E ogni tanto rubo anche qualche foto, senza permesso e senza essere visto.
María è divertita e, per gioco, fiera di questo suo successo. Mi prende in giro perché a me nessuno mi chiede di farmi una foto. Le rispondo che probabilmente sono intimiditi dalla mia esagerata bellezza.
Nei giardini ci interpella una coppia di fidanzati sui trent’anni. Si avvicinano e ci chiedono da dove veniamo e i nostri piani di viaggio. Lei è una fisica che, negli anni degli studi, ha frequentato l’Università di Trieste per fare una specializzazione in Fisica Teorica. Lui è un ingegnere ambientale, specializzato in micologia. Non sono di Delhi, ma di una città che forse visiteremo prossimamente, non lontano da Varanasi, chiamata Allahabad. È famosissima perché qui si celebra il Kumbh Mela, il più grande raduno religioso al mondo.
Si tratta di un pellegrinaggio induista in questo luogo dove il fiume Yamuna e il Gange s’incontrano. Secondo la tradizione, in quattro diverse città, Allabahad è una di queste, caddero quattro gocce del nettare dell’immortalità durante il cosiddetto Samudra Manthan, il mescolamento dell’oceano.
I nostri amici ci dicono che il raduno si fa ogni anno, con dimensioni più piccole, oppure ogni dodici anni nella ricorrenza più importante. Quando ci dicono la quantità di persone che si radunano passiamo un minuto a cercare di capire se abbiamo compreso bene. Un po’ per la difficoltà a capire le unità di misura che usano in India per indicare certe quantità. Un po’ per l’assurdo del dato: parlano di 750 milioni di persone. Non male per una sola goccia di nettare.
La ragazza ci chiede se faremo il bagno nel Gange quando visiteremo Varanasi. Rispondiamo di no e la sua reazione sembra perplessa. Ci chiede il perché, in maniera insistente, e non capiamo se la sua sia curiosità genuina, se si sia un po’ offesa per la nostra risposta o se, invece, dietro la sua insistenza non ci sia qualche “trappola” dialettica.
Allora le rispondo: “Per semplice rispetto delle vostre tradizioni.” Ma lei non sembra capire.
“Se voi fate il bagno nel fiume è per via del vostro credo, della vostra religione. Farvi il bagno per voi ha un significato spirituale ben preciso che io posso cercare di capire, posso studiarlo, ma non ci posso arrivare facilmente. Dovrei studiare molto e convincermi di credere anch’io in quello in cui credete voi. Altrimenti è come un semplice passatempo di un turista per scimmiottare i locali, una semplice imitazione.”
Lei mi risponde con un mezzo sorriso. Capisco che non c’era un retropensiero nella sua domanda.
“Quando tu abitavi a Trieste forse visitavi le chiese, magari anche durante la messa. Ma andavi a prendere la comunione come facevano tutti? Se lo avessi fatto senza fede sarebbe stata una mancanza di rispetto, secondo me.”
“Adesso capisco, e penso che tu abbia ragione. In affetti i turisti non devono fare il bagno nel fiume. Adesso mi sono convinta”.
Sorridiamo entrambi del nostro accordo. Mi sento un po’ in colpa di aver fatto questo bel discorso, ben costruito e sicuramente sincero, ma di aver omesso l’altra parte della ragione per cui non faremo il bagno nel Gange: magari cambieremo idea quando saremo lì, ma per ora, solo a pensarci, l’idea ci fa ribrezzo.
Ci salutiamo con affetto, dopo la foto di rito, e lasciamo questo luogo molto bello, non prima di aver autorizzato altre tre o quattro persone a farsi le foto con María, sempre sorridente.
Decidiamo di tornare a vedere la Tomba di Humayun che non siamo riusciti a vedere ieri. È davvero un impressionante insieme di tombe diverse all’interno di un parco meraviglioso in cui tornano a succedersi le richieste di foto e selfie con María.
Decidiamo di andare a scoprire la sezione di street food all’interno del festival Sufi che purtroppo ieri non avevamo visto per tempo. Non sapendo che c’era, siamo entrati in uno dei bar molto chic e completamente europei, frequentati da ragazzi indiani ricchi. Nel nostro, inoltre, c’era anche un intero tavolo con sei programmatori informatici vestiti con la stessa t-shirt che mangiavano mentre scrivevano codice al computer. Situazione abbastanza surreale. Abbiamo mangiato un tramezzino europeo che ci è costato quanto avremmo pagato a Milano.
Oggi invece la nostra esperienza è molto diversa, assaggiamo un paio di pietanze molto buone, delle buonissime samosas, un curry di agnello e poi un dolce, una specie di budino a base di latte e molto speziato, prima di tornare a vedere i negozietti del mercato. Il limite volumetrico dei nostri piccoli zaini diventa un blocco all’acquisto d’impulso che altrimenti qui avrebbe avuto la meglio.
Decidiamo di andare a visitare il Gate of India, l’impressionante boulevard che celebra la grandezza della nazione indiana, con la sua imponente porta, il monumento ai caduti, il perfetto tappeto verde d’erba che si perde a vista d’occhio, la grande bandiera di una nazione così giovane, perché non va dimenticato l’India, che si autoproclama “la più grande democrazia al mondo”, così come la conosciamo oggi, esiste soltanto dal 1947, dall’indipendenza dalla Gran Bretagna e la separazione dal Pakistan.
Questa sorta di Champs Elysèes giganteschi e senza negozi è sicuramente il posto preferito per le passeggiate domenicali di molti abitanti di Delhi e dei turisti. È pieno di famiglie, gruppi di amici e di amiche di tutte le età, coppie. Per accedere alla zona del gate vero e proprio, come succede in molto luoghi qui, comprese tutte le stazioni della metropolitana e ogni attrazione turistica, bisogna passare dei filtri di sicurezza. Perché la tensione fra l’India e Pakistan è sempre molto alta, per motivi territoriali legati ad alcune aree del Kashmir e per la spinta induista che il governo Modi sembra aver dato negli ultimi anni, peggiorando la situazione della minoranza musulmana, che conta comunque più di trecento milioni di persone.
María vive con compiaciuto spirito di sacrificio il suo nuovo ruolo di attrazione turistica, ringraziando tutti per le continue foto che le vengono richieste.
Usciti dalla zona dell’India Gate, passeggiamo nel boulevard esterno e poi ci dirigiamo a piedi verso la Connaught Place, una zona commerciale piena di bar, ristoranti e negozi. Attratti dalla musica che si sente da fuori, entriamo in una zona verde e arriviamo fin dove una quindicina di ragazzi adolescenti suonano le chitarre e cantano una stupenda canzone mentre battono le mani. Di nuovo, mi vengono spontaneamente alla memoria situazioni simili viste tante volte in Spagna con protagonisti i nostri gitanos. Ci sorridono e aspetto che si crei un po’ più di comunicazione visiva per iniziare a battere le mani a ritmo anch’io… ma a un certo punto noto che lo sguardo di uno dei chitarristi cambia all’improvviso, urla agli altri e s’interrompe.
A una decina di metri un poliziotto vestito con la divisa verde e il lungo bastone di legno in mano si avvicina velocemente. I ragazzi si alzano, prendono le loro chitarre e le infilano velocissimi nelle custodie. Uno di loro la sta quasi chiudendo quando il poliziotto lo afferra dalle spalle e gli chiede, aggressivo, di dargli la chitarra, la vuole sequestrare. Lui resiste, gli altri implorano, lui interpone il suo corpo fra il poliziotto e la chitarra. Un po’ di tira e molla e alla fine il ragazzo riesce a liberarsi dalla presa. I ragazzi scappano. Alcuni altri, spettatori come noi, rimangono nel posto e gli chiedo: “ma perché?”
“This is the police.”
Ci facciamo aiutare dal web e da Perplexity (lo strumento di AI che preferisco) per farci consigliare un ristorante apprezzato dai locali. Dopo un po’ di scremature facciamo la nostra scelta e prenotiamo al telefono.
Ma prima di andare a cena, mostro a María un negozio della catena Fabindia che avevo conosciuto vent’anni fa. Dopo parecchio tempo passato a provare, selezionare, riflettere, María compra la sua prima gonna indiana, un top simile a quello che le donne portano sotto il sari e una camicia bianca stupenda.
Il ristorante si rivela stupendo: cucina del nord dell’India, neanche un occidentale, e tutti seduti per terra a mangiare con le mani. Noi usiamo le posate. Il cibo è delizioso, facciamo fatica a finire quello che abbiamo ordinato (tre sole porzioni) e paghiamo meno di 14 euro. Rientriamo a casa per riposare prima dell’ultima giornata a Delhi.
Abbiamo deciso di dedicarla a quelle zone che temiamo saranno quelle più “forti” in termini d’impatto. L’India dei mercati, a volte stupendi, a volta un po’ stressanti se troppo affollati, angusti o pieni di sporcizia.
Visitiamo quindi, per prima, il Red Fort, la mastodontica struttura fortificata risalente all’impero Moghul con le sue tombe, moschee, palazzi dell’imperatore, sale di ricevimento aperte dai quattro lati (perché, si sa, i muri hanno le orecchie), il palazzo dell’imperatrice, quello delle altre concubine, hamman, canali d’acqua che servivano ad abbellire il tutto ma anche a rinfrescare gli spazi, i giardini immensi.
I palazzi si possono visitare soltanto esternamente perché durante l’invasione britannica, questi luoghi furono destinati a tante finalità e oggi non hanno alcun interesse. Ma gli spazi esterni sono comunque molto belli da visitare, soprattutto se uno immagina il livello di attenzione ai particolari e il gusto per la soddisfazione dei sensi che avevano questi imperatori di sei o sette secoli fa.
Qui si produce un’importantissima novità: per la prima volta un gruppo di ragazzi si avvicina e mi chiede se possono farmi una foto. Finalmente! María non è con me, quindi non lo fanno come tramite per vincere la foto con lei. Sono troppo contento e la mia autostima si rinforza notevolmente. Succederà un altro paio di volte, il 2% rispetto a María.
Il sistema di biglietteria di questi posti non è sempre chiarissimo e compriamo il rispettò per i cosiddetti “musei”. In effetti poi scopriamo che i musei sono, uno, di storia militare e l’altro un museo conmemorativo di una strage di cui eravamo ovviamente ignoranti. Avvenne il 13 aprile del 1919, quando il generale britannico Dyer ordinò di sparare contro migliaia d’indiani inermi che manifestavano pacificamente contro la Rowlatt Act che era stata approvata dal parlamento britannico. Questa legge dichiarava la possibilità di applicare, anche in tempi e situazioni di pace, gli stessi meccanismi limitativi della libertà che si applicavano in tempi di guerra. L’obiettivo era reprimere senza limitazioni i potenziali tentativi di protesta dei movimenti civili di liberazione che iniziavano a prendere forma in India.
Fu una protesta coordinata in diversi stati ma la strage che qui si ricorda, che costò la vita a migliaia di indiani, avvenne nella città di Jallianwalla.
Lo stesso museo ricorda anche l’ingratitudine dell’Impero britannico nei confronti delle migliaia di soldati indiani che andarono a combattere insieme al loro esercito durante la grande guerra.
Trascorriamo la restante parte della giornata nella città vecchia, che definire un immenso labirinto di stradine sarebbe eufemistico. Attraversiamo aree più ordinate in cui i negozi, sempre raggruppati per categoria (abbigliamento, ferramenta, cartoleria, libri, spezie, alimenti…) si succedono in maniera ordinata; con altre in cui la sporcizia, il caos e il disordine predominano. Camminiamo sempre insieme e rispondiamo alle frequenti domande “where are you from?” che ci lanciano in continuazione. Ma non sentiamo mai una pressione eccessiva da parte dei commercianti e non ci sentiamo mai a disagio in maniera particolare.
Ci stupisce e ci fa una certa tristezza vedere il contrasto fra i negozi puliti, semplicissimi e piccoli, in cui spesso è obbligatorio levarsi le scarpe per entrare, con la sporcizia che sia vede per le strade appena fuori dalla loro porta. Gli scuri vicoli perpendicolari alle strade dei negozi che percorriamo lasciano sempre intravedere un universo buio e sporco i cui dettagli si fa fatica a immaginare, spazi minuscoli in cui questa gente immagazzina la merce, mangia e dorme, in una grande promiscuità.
È affascinante l’area dedicata alla carta, per esempio. Decine di negozi in cui vendono risme di carta, quaderni di tutti i tipi. Non qualsiasi oggetto da cartoleria. Solo carta. In un piccolo vicolo passiamo davanti a un’officina buia da cui esce un forte odore d’inchiostro. Chiedo permesso con la mano ed entriamo. Lo spazio avrà non più di 15 metri quadri. Un uomo, il proprietario, è seduto in fondo e vicino a lui due ragazzi sono alle prese col lavoro che è la specialità di questo luogo: stampano, con delle spatole piene d’inchiostro, la copertina delle cartelle di cartoncino che poi verranno usate dai ministeri. Ne stampano a migliaia, una a una, per i vari dipartimenti ministeriali. L’attività familiare esiste da 26 anni e dà lavoro a otto persone. Tutto in questo piccolo spazio invaso dal forte odore d’inchiostro e in cui non percepiamo alcun sistema di ventilazione forzata. I ragazzi sembrano molto felici e mi chiedo se sia perché gli piace il loro lavoro, perché sono contenti dei turisti curiosi o semplicemente perché sono sotto l’effetto dell’inchiostro.
Le strade si stanno riempendo di pire, alcune molto alte, che verranno bruciate alle 7 di sera. Siamo nella Holika Dahan, la notte di luna piena che rappresenta l’inizio del Holi Festival, la festa dei colori che celebra la vittoria della luce sull’oscurità.
La festa ha due momenti chiave: il fuoco evocativo della legenda che si celebra questa sera e la festa dei colori che si tiene l’indomani (in alcuni posti) o due giorni dopo (in altri). Non racconterò adesso nel dettaglio quello che ho capito di questa tradizione, lo lascio alla tappa in Jaipur, dove ci troveremo per la festa dei colori.
Vediamo almeno una quindicina di queste enormi pire formarsi. In alcune di esse delle persone, principalmente donne, fanno rituali religiosi o superstiziosi, decorano le pire che sono alte anche tre metri. Una di queste si trova in una strada larga, forse, tre metri, fra mille negozi. Sopra, migliaia di cavi elettrici e telefonici tirati lungo la strada. Bruceranno di sicuro, dico a uno dei ragazzi che sta preparando il fuoco. “Nessun problema, sir, tutto sicuro!” Poi mi spiega che assicureranno i cavi per lasciare spazio al fuoco al centro. Sono perplesso e meravigliato della loro tranquillità.
Arriviamo in una parte del quartiere in cui, per la prima volta, ci prende una leggera ansia. La quantità di gente sta aumentando a minuti, il traffico è pazzesco, tuctuc che vanno e vengono, rumorosi. Tuctucari che ci assillano chiedendoci se vogliamo un passaggio, ma si aggiungono anche quelli che guidano i rickhsaw a pedali di cui è pieno questo quartiere. Le mucche, che non avevamo visto dalle altre parti di Delhi i giorni precedenti, qui sono ovunque, e vediamo per la prima volta anche delle scimmie.
Siamo stati quasi quattro ore a passeggiare piacevolmente, ma adesso ci prende la voglia, direi l’urgenza, di scappare. Camminiamo qualche centinaio di metri per fuggire dall’ingorgo del traffico e prendiamo il tuctuc che ci porterà in un ristorante silenzioso e molto più elegante di quello di ieri.
Domani ci aspetta il nostro primo tragitto in treno in questo viaggio. Per me sarà un ritorno, dopo quelli che ho fatto vent’anni fa.









alla prossima Ernesto, un saluto a Maria!
È un piacere leggerti..