India (III)
Il Holi Festival e il genero indiano
N.B.- Le parole sottolineate sono link esterni.
N.B.2: Pubblico questi appunti mentre siamo in viaggio, quindi senza troppo tempo a disposizione. Chiedo la tua comprensione se mi sfugge qualche errore. Se vuoi segnalarmeli scrivendomi in privato mi aiuti a migliorare la versione online. Grazie!
Qui trovi il primo capitolo di questi Appunti di Viaggio. E qui il secondo capitolo.
E Qui il link per seguire sulla mappa Polarsteps il nostro viaggio e vedere tutte le foto che pubblichiamo. Se mi segui su Polarsteps sarai aggiornato su ogni nuova tappa.
Avevo avvertito María che la stazione ferroviaria di Delhi le avrebbe causato un forte impatto. Il mio ricordo, quando vent’anni fa ero venuto in India, è rimasto indelebile nella mia memoria tutto questo tempo. All’epoca lavoravo per Trenitalia e fui uno dei tre fortunati di FS che fece parte di uno stupendo programma internazionale di formazione, organizzato dall’Unione Internazionale delle Ferrovie, con professori che venivano da alcune delle migliori università al mondo.
Le ferrovie indiane, che ci ospitavano, organizzarono dei weekend di viaggio in cui il treno era parte imprescindibile. Viaggiai due o tre volte, anche di notte, in treni molto belli e confortevoli, seppur non moderni, e visitai diverse stazioni. Quella di Mumbai m’impressionò per la sua bellezza e grandiosità, ma anche, insieme alla vecchia stazione di New Delhi, per l’incredibile quantità di persone di tutti i tipi e condizioni che si muovevano da tutte le parti, da far sembrare ogni spazio un immenso formicaio.
Portatori di merce che spingevano lunghi e pesanti carrelli di legno carichi all’infinito, studenti e professionisti con lo zaino alle spalle, vestiti in pantalone grigio e camicia e, spesso con in mano la stupenda “schiscetta” metallica con diversi contenitori incastrati verticalmente che gli indiani usano per portare il cibo cucinato a casa. Mendicanti che si avvicinavano per chiederti l’elemosina, famiglie intere di persone povere che si spostavano scalze, cariche di borse simili a quelle plastiche che ci danno al supermercato. I fattorini con le tradizionali camicie rosse che portano il bagaglio di chi scende o di chi deve prendere un treno. Improbabili individui che ti chiedevano se avevi bisogno di un tuctuc, di un taxi, di cambiare soldi, di trovare l’uscita o il binario del treno. Ti chiedevano qualsiasi cosa e si mettevano a tuo fianco interpretando un tuo bisogno che non sentivi.
Noi camminavamo insieme, meravigliati e anche leggermente a disagio, dubbiosi fra scattare qualche foto di quel caos affascinante con la macchina fotografica (non c’erano ancora gli smartphone), o concentrare tutta l’attenzione a non perderci e a non essere il target dei pickpocket.
Son passati vent’anni. È un’altra Delhi. Allora m’impressionò enormemente vedere, in pieno centro della città, dei veri e propri slum che si sviluppavano lungo le strade sempre piene di macchine. Le persone vivevano per terra, sul pavimento sterrato ai margini della strada, appena isolati dal suolo da teli di plastica e protetti dall’intemperie da delle impalcature costruite in legno su cui poggiavano delle pedane di lamiera. Ogni famiglia aveva forse sei metri quadri. Sopra una famiglia abitava un’altra famiglia. Arrivai a vedere fino a tre livelli, nicchie minuscole su cui si saliva da delle improvvisate scale. Migliaia di persone abitavano così, ammucchiate le une sopra le altre, a Delhi come a Mumbai.
In quel panorama che ti colpiva con forza la coscienza e lo stomaco mi rimasero imprese due istantanee che non ho più dimenticato: un bambino scalzo, aveva forse sette anni, che faceva i compiti e un altro, di un’età simile, che si lavava i denti usando l’acqua di un piccolo recipiente di latta.
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Nei giorni trascorsi a Delhi in questa occasione non ho rivisto situazioni così penose e gravi. Non dico che non esistano, dico che non le ho viste. Abbiamo girato diversi quartieri della città, a piedi e in tuctuc, e abbiamo visto tante situazioni di povertà, a centinaia, ma puntuali e isolate. Non ho rivisto quella povertà estrema ed estesa.
Arriviamo alla vecchia stazione, chiamata Delhi Junction. Un po’ stressati perché il traffico è pesantissimo e temiamo per il nostro treno. Ma il tuctucaro guida egregiamente ed entriamo nella hall quindici minuti prima della partenza. Rimango di stucco. Tutto in pace. Nessuna confusione. Silenzio. Il pavimento è pulito. Pochissime persone in giro. Sembra un posto diverso.
Forse è perché non siamo in un’ora di punta? O forse perche questa vecchia stazione sarà diventata meno importante rispetto a quella nuova? In effetti non ci sono troppi treni che partono e arrivano. Ma quello che non è cambiato è il fatto che i treni siano sempre lunghissimi, direi più di trenta carrozze. Come anche che le carrozze di seconda e terza classe sembrino dei posti veramente caldi e scomodi in cui le persone viaggiano sotto il sole per tantissimi chilometri piuttosto accalcati, seduti per terra, occupando ogni piccolo spazio vuoto. Ci eravamo detti con María che forse sarebbe stato divertente provare l’esperienza della seconda classe quando dovremo fare un viaggio breve, ma non penso avremo il coraggio. E non è cambiata neanche la quantità di sporcizia che si trova fra i binari, come anche il fatto che in continuazione si veda gente camminare lungo i binari e, addirittura, passare sotto i treni per andare dall’altra parte.
Il nostro treno arriva e parte con quasi due ore di ritardo. Siamo in una delle carrozze di testa, cuccette prima classe, anche se è di giorno. Il capo carrozza ci sistema su una cabina doppia tutta per noi. Ci goderemo più tranquilli un viaggio di quasi sei ore.
Ci chiede se vogliamo il pranzo e ci portano due vassoi in plastica trasparente sigillata con tre pietanze e un riso basmati bollito, più un dolce, per una decina di euro ciascuno. Ci consiglia di chiuderci a chiave nella cabina e di non aprire a nessuno e si congeda non senza prima chiederci in maniera disinibita una mancia. Gli do 200 rupie, 2 euro.
Partiamo a una velocità esasperantemente lenta, forse neanche trenta chilometri orari, è così per tutta la prima ora. Attraversiamo tante zone in cui, complice la bassa velocità, vediamo quello che non avevamo visto in città: l’estrema povertà, gli slum più disperati. Montagne di sporcizia alte quanto le case, pozzanghere d’acqua insalubre, mucche e cani che girovagano in libertà, quasi più magri degli umani con cui convivono, bici e scooter parcheggiati, buttati per terra o morti, donatori generosi di pezzi di ricambio per far vivere altri scooter o altre bici. Ne rimane quindi lo scheletro che qui non va sepolto né tanto meno bruciato. Diventa elemento impercettibile aggiunto alla massa d’inquinamento.
Passano i chilometri, cambia la forma ma non la sostanza. Migliaia e migliaia di persone. Ogni tanto si vede uno che si lava in mezzo a tutto e a tutti, prendendo l’acqua da una tanica di vetrocemento che qualcuno, in qualche modo, riempirà.
Da spettatori superficiali, ci rattrista la pesante sensazione di una totale assenza dello stato. Ma non ne sappiamo niente. Forse queste persone hanno un minimo di assistenza sanitaria, forse i bambini hanno la possibilità di andare a scuola. E non dimentico che nella periferia della ricca Madrid settemila persone vivono in una favela da anni, senza acqua corrente e luce elettrica, in una situazione inaccettabile.
María è seduta a mio fianco, sulla cuccetta bassa, dal lato della finestra. Non toglie lo sguardo dall’esterno. Guarda e non parla. Passano i minuti e rimane in silenzio. Le chiedo. “Questo non lo avevi mai visto, vero?” “No. È molto duro.” Non dice nient’altro e anch’io evito di aggiungere una di quelle banalità da padre rassicurante. C’è ben poco su cui rassicurare.
Fa apparizione il capo treno, che avevamo visto sul binario prima che lui prendesse servizio, gli avevamo chiesto informazione non vedendo il nostro treno sui tabelloni. Era stato molto gentile. È un simpatico cicciottello con la faccia tonda che solo a guardarlo ti viene già voglia di sorridere. Ci chiede se è tutto a posto. E poi dice: “è la festa Holi, mi fate un regalo?” Non capisco e chiedo. “In che senso un regalo?” “Un regalo per Holi”. Mi mette in difficoltà e sono anche un po’ infastidito. Se tutti quelli che lavorano sul treno dovessero passare da noi a chiedere soldi alla fine il biglietto ci costerà come un frecciarossa. Cerco nella tasca del “taglio piccolo” e per fortuna trovo solo 60 rupie. Gliele porgo. Lui le rifiuta con orgoglioso disdegno, immagino che perché gli sembrano troppo poche. O forse voleva davvero un regalo di altro tipo? Se ne va, dispiaciuto.
Arriviamo a Jaipur con un’ora e mezza di ritardo. Anche qui funziona Uber. Jaipur ha cinque milioni di abitanti ed è la capitale del Rajasthan. Sono quasi le 8 di sera. Tempo di arrivare in albergo e sistemarci e dovremo andare a cena. In sostanza, abbiamo impiegato una giornata piena per fare in treno poco meno di 300 chilometri. Ma lo viviamo serenamente. In fin de conti, il tipo di viaggio che stiamo facendo consiste anche in questo. L’ansia per arrivare presto non è nel nostro spirito.
La mattina dopo noto per il secondo giorno di fila i primi effetti sul mio stomaco del cibo che stiamo mangiando. Beviamo solo acqua minerale, non compriamo nessun cibo per strada, mangiamo sempre a ristorante. E tuttavia, le fitte allo stomaco mi colpiscono. Imagino sia soltanto per il fatto di mangiare in maniera così diversa, così speziato. Per fortuna, oltre al fatto di dover passare più tempo in bagno al mattino, non è niente che m’impedisca di trascorrere la giornata normalmente. Anche se oggi mi sento davvero indebolito.
Quando usciamo dall’albergo notiamo uno strano negozio nella porta accanto. È una farmacia. Sembra un piccolo ufficio, aperto all’esterno come tutti i negozi qui, e tre lati di scaffali pieni di medicine. Nell’insegna ci sono scritti i marchi delle principali case farmaceutiche. È un luogo curioso. Guardo e mi rendo conto cha quella accanto è un’altra farmacia quasi uguale. E poi un’altra. Chiedo all’uomo che è sempre in piedi davanti all’albergo e mi dice: “sono distributori farmaceutici, in queste cinque o sei strade ce ne sono trecento. Inviano medicine in tutto lo stato del Rajasthan.” E ti rendi conto quanto, su tanti aspetti, la consuetudine dei popoli sia difficile da trasformare. Nel mondo di internet, degli enormi gruppi distributori che dominano il commercio di farmaci, in India è tutto ancora così frammentato. E mi dico che sarà pure inefficiente, ma intanto qui sono i trecento negozi.
María è quella che sa dove dobbiamo andare, lei ha studiato cosa dobbiamo visitare. È la mia tour leader e mi faccio guidare da lei senza troppo disquisire.
Oggi è Holi, la festa del colore e dei falò, la festa della vittoria della luce sull’oscurità. Ha origini mitologiche che risalgono, si dice, addirittura al IV secolo a.C.
In estrema sintesi, i protagonisti della storia sono il re demone Hiranyakashipu, suo figlio devoto Prahlad e la sorella del re, Holika.
Brahma aveva soddisfatto un desiderio del presuntuoso re. Inizialmente costui gli aveva chiesto l’immortalità, ma Brahma rispose che ciò non era possibile. Allora il re, in maniera astuta, tentò di arrivare allo stesso obiettivo per altre vie, chiedendo di non trovare mai la morte né da uomo né da animale; né di giorno né di notte; né dentro né fuori casa; né in terra né in cielo; e nemmeno da arma alcuna. E questo gli fu concesso.
E così, il re si autoproclamò unico dio e vietò il culto a Vishnu. Con la sfortuna che suo stesso figlio, Prahlad, ne era un fedele devoto. Nacque un fortissimo conflitto e il re tentò più volte di uccidere il figlio, senza mai riuscirci, in quanto Prahlad godeva della protezione di Vishnu.
Holika, la sorella del re, si offrì per aiutare il fratello. Essendo dotata dal dono della pelle ignifuga, tentò di uccidere il nipote Prahlad bruciandolo su un falò mentre lo teneva sulle ginocchia. Ma, sempre grazie alla protezione di Vishnu, il ragazzo si salvò e Holika, malgrado i suoi poteri, morì tra le fiamme. Le pire che simboleggiano questo rogo, la morte di Holika (Holika Dahan) e la salvezza di Prahlad sono quelle la cui preparazione abbiamo visto a Delhi. Simboleggiano la vittoria della luce sull’oscurità.
E che fine ha fatto Hiranyakashipu, l’invincibile? Trovò anche lui pane per la sua astuzia: sfidò il figlio chiedendogli se, dato che secondo lui Vishnu era ovunque, si trovasse anche in una normale colonna. Il figlio rispose di sì e ovviamente aveva ragione: apparve Narasimha, l’uomo leone (né persona né animale) che uccise il re cattivo senza contravvenire le condizioni di Brahma: Narasimha emerse dalla colonna al crepuscolo (né giorno né notte), trascinò il re sulla soglia del palazzo (né dentro né fuori) e lo mise sulle proprie ginocchia (né terra né cielo) uccidendolo con le proprie unghie (senza usare armi).
La festa del colore di oggi è una follia di persone in mezzo alla strada, a piedi, in motorino (mai in due, ovviamente, minimo in tre!), in tuctuc o in machina, che si buttano e spalmano a vicenda la polvere colorata sul corpo, sui capelli, sui vestiti. Lo fanno anche fra sconosciuti, perché sotto Holi è permesso di andare un passo oltre il limite. È una gioia incontrollata diventata anche fenomeno di attrazione di tanti turisti stranieri che però noi, per ora, non vediamo.
In questi giorni ho letto un articolo molto interessante su Al-Jazeera in cui si parla della piega negativa e pericolosa che ha preso Holi negli ultimi anni. “Trasformiamo le feste in spettacoli, e gli spettacoli nello specchio dei nostri fallimenti.” Si parla soprattutto del fenomeno delle molestie sessuali che accadono durante questo festival in cui molti uomini, ubriachi e disinibiti, si sentono protetti dall’atmosfera di “libertà” che si respira e dal branco per commettere azioni di violenza contro le donne.
Decidiamo di uscire dal nostro albergo e di camminare verso le zone centrali della città, con l’idea di visitare qualche tempio o il Palazzo Reale. Ma presto capiamo che è più bello guardare quello che succede per le strade.
Abbiamo indossato magliette e pantaloni a cui non teniamo troppo, non sapendo quanto sarà facile lavarli dopo, perché siamo sicuri che finiremo per essere obiettivo della gente e che, prima o poi, saremo pieni di colore anche noi.
Ci fermiamo davanti a una scuola a chiacchierare con bambini e insegnanti, ovviamente ci facciamo e ci fanno tante foto. I bambini sono sempre attratti da noi, per le strade ci salutano tutti, e in realtà sono pochi quelli che lo fanno per chiederci una moneta. A loro sembra piacere la bellezza esotica di María e i suoi colori chiari, credo anche il suo sorriso trasparente. Penso invece che di me a loro interessi soltanto, zoológicamente, il mio metro ottantanove.
Dopo quasi due chilometri in cui siamo riusciti a camminare rimanendo puliti, ci avvicinano le prime persone che ci mettono, colore sul viso o sulle braccia. “Happy Holi!!”. Noi chiediamo clemenza e di non colorarci troppo, ho messo la macchina fotografica in borsa per evitare guai irreparabili.
A un certo punto si avvicinano due ragazzi completamente colorati in faccia e ci chiedono di dove siamo, iniziano a parlare con noi, ovviamente ci riempiono di colore. Sono simpatici. Si presentano, lui si chiama Lucky, è di Jaipur e lavora come dottore dermatologo a Delhi. È tornato a casa in vacanza per qualche giorno. L’altro, che ci presentano come “fratello”, ha finito la scuola superiore e sta per iniziare, anche lui, medicina. Solo dopo capiremo che “fratelli” è un’espressione per dire che sono “migliori amici”.
Ci chiedono i nostri programmi per la giornata, ci danno consigli, noi ascoltiamo e ringraziamo, sono molto gentili. Poi vanno un passo oltre: “se volete prendiamo un altro scooter e vi portiamo a fare un giro in città!”. La fisiologica diffidenza rispetto a una proposta del genere viene compensata dall’immagine di serietà e simpatia che i due tipi ci danno. Dopo un po’ di convenevoli, “non vi preoccupate, possiamo girare da soli”, “godetevi la festa coi vostri amici tranquillamente”, e una forte insistenza da parte loro accettiamo.
Propongono di andare a recuperare il secondo scooter a casa di uno di loro. Come? Beh, in quattro sulla moto del medico, ovviamente! Ci rifiutiamo categoricamente di salire in quattro su una moto, soprattutto considerato il bordello impressionante di traffico che c’è per strada. “Non c’è problema, aspettateci qui e noi andiamo a prenderlo a casa. Fra meno di 15 minuti siamo qui di nuovo!” Il dermatologo prende nota del numero di telefono di María, che ha una SIM indiana e noi, nell’attesa, visitiamo un piccolo tempio per rimanere protetti da altre incursioni dei comandos del colore che girano dappertutto.
Finalmente arrivano e partiamo in moto, María col medico, io con l’aspirante tale. Una situazione del tutto inaspettata, siamo nel mezzo della festa, a viverla come i normali ragazzi indiani, su una moto in mezzo alla città, a superare macchine e tuctuc a suon di clacson. Mi chiedono se voglio guidare uno dei due veicoli ma declino per paura di andare in crisi in mezzo a quella confusione. All’improvviso siamo in una di quelle scene che uno pagherebbe per vivere. Ci fermiamo nei semafori, anzi no, mi correggo, non ci fermiamo mai nei semafori ma lo facciamo in qualsiasi altro posto in cui i veicoli s’incrociano, si attendono, si spingono prepotenti, suonando il clacson in continuazione, un baccanale di rumore, fumo e urla, tutti con le facce, i vestiti, i capelli coperti di polvere dai mille colori.
I due ragazzi ci portano prima a vedere il bel lago della città che ha la particolarità di avere al centro, completamente contornato d’acqua, il Jal Mahal, un palazzo la cui costruzione risale al 1699, residenza estiva del Maharajá Sarai Pratap Singh come rifugio per la caccia alle anatre sul lago. Uno dei posti in cui gli abitanti di Jaipur vanno a passeggiare e farsi foto romantiche.
Anche per noi non può mancare la lunga sessione di foto e selfie, in tutte le combinazioni e sfondi possibili. Ci sorprende e lusinga la simpatia e disponibilità dei due che si offrono perfino a portarci a visitare uno dei forti che si trovano fuori la città. Non posso evitare, ogni tanto, pormi la domanda se non dovrei essere un po’ più diffidente, se tutta questa generosità che accettiamo senza porci domande non possa nascondere qualcosa di meno buono. Ma la verità è che né io né Maria notiamo niente che ci faccia impensierire.
Lucky, il medico, mi parla a più riprese della nostra amicizia, quando gli dico che non voglio che si disturbino per noi, che mi dispiace che stiano modificando tutto il loro programma per farci questo piacere. E lui insiste: “Siamo amici e quindi siamo contenti. Per caso voi non fareste lo stesso per noi se ci incontrassimo nella vostra città?” Lo rassicuro, mentendo.
Percorriamo i chilometri, forse una decina, che separano Jaipur dalla valle in cui si trovano i magnifici forti, tre icone dell’architettura Raiput, vale a dire della dinastia di raja guerrieri che governarono queste terre verso il ’600.
C’è un posto di blocco della polizia. I forti sono chiusi oggi ai privati, per paura che diventino un luogo di festa Holi. Possono accedere quindi soltanto i tour organizzati. Peccato.
Ma chiedo ai nostri amici di farmi fare un tentativo, scendo dallo scooter e mi avvicino ai poliziotti. Torno a mentire, implorandolo e dichiarando che sono venuto dall’Italia per vedere questi forti e che domani riparto. Ci fanno passare senza obiettare, nonostante la mia faccia possa far pensare più a un ubriacone che a un colto turista. I due amici indiani si complimentano per la mia audacia e diplomazia. Ci dirigiamo al Fort Amber, il più impressionante di questo insieme bellissimo di architettura così diversa da quello che siamo abituati a vedere. Arriviamo fino all’ingresso e i due benefattori motociclisti ci chiedono se vogliamo visitarlo. Siamo in difficoltà, la visita a uno di questi edifici richiede almeno due ore ma il medico continua a insistere sul fatto che siamo amici e che per loro è un piacere. Il più giovane confessa che lui lo ha visitato dieci giorni fa, aumentando il nostro senso di colpa, ma Lucky gli lancia uno sguardo che non lascia spazio a ripensamenti: entriamo a visitarlo!
Il forte è veramente incredibile e ricco di storia. Ci sono sale e spazi aperti che sfoggiano marmi italiani pregiatissimi, coperture specchiate stupende, punti strategici sulla muraglia che lo circonda da cui si godono viste meravigliose degli arti forti e della vallata.
I nostri ciceroni non sono degli esperti di storia né di architettura, ma il tempo trascorso insieme ci permette di parlare piacevolmente di tanti aspetti che riguardano la società moderna in India, le trasformazioni in corso nella società, il lavoro di Lucky come medico in un ospedale privato di Delhi.
Chiudiamo il giro del Fort con una bellissima visita al tempio induista. Di nuovo, i due si prodigano in spiegazioni e scopriamo che il più giovane dei due è figlio di un pandit e ha una profonda conoscenza della tradizione religiosa. Ci spiegano come stare nel tempio, ci portano vicino al sacerdote che lo presidia, il quale ci offre un piccolo sorso da prendere nelle mani e buttare subito in bocca. Rifiuto il rito spiegando loro che non vogliamo bere acqua non sicura, per quanto santa. Un’ora di vai e vieni in bagno al mattino mi bastano, Crishna saprà perdonarmi. Loro ci rimangono male, il giovane insiste ma io mi pianto, deciso. María sceglie la simulazione e fa finta di bere l’acqua con un gesto veloce del collo all’indietro, come vede fare a tutti.
Alcuni fedeli si avvicinano e regalano al sacerdote una bottiglia di vino. Nei dieci minuti che ci fermiamo ne arrivano almeno tre. Interessante tradizione. Ci viene messo in fronte il tradizionale puntino arancione. Il sacerdote ci dedica un’attenzione particolare, va a prendere qualcosa e torna verso di noi. Ci porge con le mani nude una sorta di polpetta marroncina, qualcosa di commestibile. Ci spiegano che si tratta di un dolce, che siamo fortunati che il sacerdote ce lo abbia offerto perché, come possiamo vedere, non lo dà quasi a nessun altro. Ci invitano a mangiarlo ma torno a spiegare, palpandomi lo stomaco, che non voglio rischiare. Il figlio del pandit sembra offeso e, di nuovo, gli spiego che non deve prenderlo sul personale. Lucky interviene facendo ragionare l’amico e mi chiede se possiamo almeno mangiare un pezzettino minuscolo. Accettiamo.
Ma non finiscono qui gli apprezzamenti. Il sacerdote ci avvicina di nuovo: questa volta ha due belle collane di fiori freschi in mano e ce le omaggia, sistemandole intorno al nostro collo. Non vediamo nessun altro ricevere questo omaggio e ne siamo onorati. Lucky ci spiega che oggi si è trattato per noi di una giornata davvero particolare che fa capire quanto siamo persone dotate da un’aura speciale. Il fatto di aver trovato loro, l’incredibile comunicazione che si è creata fra di noi, questi momenti di spiritualità così speciali. Ci propongono di sederci per terra e di meditare per un po’ in silenzio. In effetti, percepiamo anche noi quanto sia speciale il momento e chiudiamo gli occhi per qualche secondo di raccoglimento.
Una volta fuori, Lucky ci propone di andare a mangiare qualcosa. Sono ormai le 5 e io ho deciso che voglio restare a digiuno per il momento, per dare un po’ di tregua al mio stomaco. Propongo di riportarci al nostro albergo e, se vogliono, di cenare più tardi in un ristorante semplice. Penso a invitarli per ripagarli per la generosità che hanno dimostrato nei nostri confronti. Lui però propone di vederci a casa sua. Provo a rifiutare ma è molto insistente. “Venite da me, prendiamo qualcosa e poi andiamo a ristorante”. Non troviamo argomenti per non dargli soddisfazione.
Propone di fare a cambio, questa volta io sulla sua moto e María sul scooter dell’amico.
Allora mi butta lì una cosa che mi sorprende. Mi chiede di cosa mi occupo e mi dice che “se voglio fare business in India lui è disposto a diventare mio socio e investire con me.” Mi sembra una proposta campata per aria, venendo da un medico, poi. Ma per educazione gli dico che ci penserò. Poi aggiunge che, dato l’ottimo rapporto fra Meloni e Modi fare oggi business fra Italia e India è molto semplice. Mi scappa una risata.
È la seconda volta che il tipo esagera palesemente. Al mattino, quando ho chiesto loro se sono stati in Europa, mi ha risposto: “no, non si siamo ancora andati ancora ma dovremmo andarci l’anno prossimo e viaggiare tutti e quattro insieme”. Ovviamente gli ho risposto che era un’ottima idea.
Il programma prevede che ci vediamo a casa sua verso le otto. Abita in un bel quartiere residenziale. Ci aspetta giù e saliamo. L’appartamento sembra grande ma molto spoglio. Non un quadro, parete ingiallite, pochissimi mobili. Ci aspettano il fratello e due sorelle. Tutti medici. Arriva poi la madre, un’anziana signora vedova che probabilmente ha subito un tumore alla mandibola perché si vede palesemente menomata e quando parla non si capisce nulla. Ma ci sorride in modo estremamente affettuoso.
Parlano tutti un buon inglese e sono molto simpatici. La TV accesa trasmette la semifinale dei campionati del mondo di cricket, lo sport nazionale in India. Ma non gioca l’India, per cui la tv dà solo fastidio ma non distoglie troppo l’attenzione.
Per qualche motivo, Lucky ha voluto presentarci la sua famiglia, fare buona impressione. Ci raccontano che il nonno era un importantissimo medico e che, insieme a uno zio, hanno una clinica. Il padre, invece, che ormai non c’è più, era un politico del Congress Party (il partito di Sonia Ghandi), ossia il partito all’opposizione del BJT di Ravendra Modi.
Davanti alla televisione, vicino al divano su cui siamo seduti, c’è una sorta di letto. Mi chiedo se sia un mobile su cui si siedono insieme per guardare la tv, per esempio. Ma mi spiegano che è il letto della mamma. Accanto a questo letto c’è un tavolo basso su cui hanno sistemato una specie di micro-tempio, piccole figurine che sembrano giocattoli, con il dio venerato dalla famiglia, non mi chiedete quale fosse, l’ho dimenticato.
Allora succede qualcosa di strano: la mamma va in cucina e torna con un vassoio sui cui porta alcuni piattini di cibo, come si usa fare qui. È la sua cena. Non si siede vicino a noi, sul divano, dove noi stiamo gustando alcune prelibatezze del Sud dell’India cucinate da una delle sorelle, ma vicino a questo “tempietto”. E prima d’iniziare a mangiare, si avvicina al piccolo dio (che sarà grande forse dieci centimetri) e, con un piccolo cucchiaio, prende un po’ di cibo e lo avvicina alla bocca del pupazzetto sacro. Ovviamente non fa altro che macchiarlo, e passa subito un piccolo tovagliolo per pulirlo. Poi gli dà da mangiare, si fa per dire, un’altra pietanza e lo ripulisce.
E così, ci spiegano con tutta la serenità, la madre rispetta la tradizione che impone che anche il dio veda soddisfatta la sua fame. Io e María ci guardiamo, stupiti, di fronte a questa superstizione religiosa che ci fa tanta tenerezza e che rappresenta il massimo livello possibile di umanizzazione che si possa dare a un dio.
Mangiamo solo noi, osservati da tutti loro: ci rassicurano che hanno già mangiato prima del nostro arrivo e Lucky propone comunque di mantenere il programma di andare a cena a un ristorante dopo. Facciamo presente che quello che hanno cucinato è più che sufficiente e che non abbiamo più fame da ristorante. In effetti, abbiamo mangiato tre o quattro piatti molto buoni, sempre in piccole dosi, più un dolce. Ci piace tutto. Spiego che non voglio esagerare, dopo una giornata di saggio digiuno che mi ha fatto così bene. Allora propone di andare a fare un giro in macchina nella città.
E, all’improvviso, ho un’illuminazione. Comincio a percepire che questo ragazzo, Lucky, ha fatto tutto questo per un unico motivo: María. Vuole impressionare lei, impressionare me. Farci vedere che bella famiglia sono, che bell’appartamento hanno, in che bel quartiere vivono.
Comincio a legare tanti piccoli punti di tutta la giornata, a osservare con attenzione il modo in cui le parla, la guarda, le battute che fa mentre il fratello grande mi intrattiene.
Lui fa piani per questa sera, per la giornata di domani, per il futuro. Dato che dichiaro la mia voglia di essere a mezzanotte al letto, mi propone di rimanere a dormire a casa loro e, in maniera insistentissima, vuole che vediamo la camera da letto libera che è a nostra disposizione. Mi rifiuto categoricamente, sempre senza perdere il sorriso, anche se inizia a invadermi un senso del ridicolo e un certo disagio per il fatto di essere cascato in questa simpatica trappola che il bravo Lucky ci ha teso. Perfino la scelta del cibo meridionale arriva da un commento di María, che nel pomeriggio gli ha raccontato di aver gradito questo tipo di cucina una delle sere precedenti.
Lui spara più altro: cercherà di raggiungerci a Varanasi, o forse anche prima, a Jodhpur. Può prendersi dei giorni di ferie. Sarebbe fantastico stare insieme altri giorni! Comincio a innervosirmi ma cerco di restare composto. Si son fatte le undici e venti e io voglio andare a dormire. Insiste ancora che dobbiamo restare a dormire da loro. Gli dico in maniera tassativa, ma sempre sorridente, che non deve insistere ancora: dormiremo nel nostro albergo.
Ci racconta la sua idea per domani. Ci vedremo tutti quanti, con la sua famiglia al completo, in un bellissimo ristorante per cenare mentre vediamo la partita di cricket dell’India. L’idea di propinarci quattro ore di uno sport noioso come il cricket mentre faccio il guardiano a mio figlia mi fa divertire quanto il dolore intestinale del mattino. Ma accetto entusiasta il programma pur di rientrare in albergo, mentre spero e prego soltanto che María, usciti da lì, non mi faccia capire che prova qualcosa per il simpatico ma appiccicosissimo Lucky.
Per complicare la situazione, la madre dice qualcosa al figlio e lui ci traduce: “domani Mamma ti comprerà un saree, ci tiene moltissimo. Te lo portiamo domani sera.”
La mia insistenza per andare via, rasentando l’antipatia, sorge finalmente effetto e si offrono ad accompagnarci in albergo. Finalmente vedo vicina la fine del supplizio.
Ma il tragitto di rientro si rivela ancora un’esperienza terribile e rischio di perdere l’aplombe che di solito mi contraddistingue. Saliamo sulla piccola Suzuki utilitaria del simpaticone fratello di Lucky, che guida in una posizione più propizia per prendere il sole al mare che per districarsi nel traffico di una città indiana. L’uscita dal garage, con un’infinita manovra, fa aumentare la mia impazienza a livelli difficili da controllare. Ma è niente rispetto al suo modo di guidare. Pensavo mio cognato fosse la persona che guida più piano al mondo. Ma il fratello di Lucky farebbe innervosire perfino lui. È esasperante. Parte dal semaforo e, prima di dieci secondi, ha già ingranato la quarta marcia. La macchina shingiozza, soffocata e stressata. Tutto si muove e vibra, lui è leggermente obeso e, sdraiato all’indietro, gira il volante con pesantezza. Prende tutte le buche sull’asfalto, che non può vedere perché dubito che da quella posizione veda qualcosa sotto il terzo piano dei palazzi.
Mi viene la forte tentazione di scendere dalla macchina al primo semaforo e di dirgli “dai, fammi guidare un po’”. Mi trattengo, mentre dietro sento innervosito il marpione Lucky che chiede, dolcissimo, a María, di mettere la sua canzone favorita sull’iPhone. Poi le chiede se fuma, se beve. Un altro po’ e mi aspetto che le chieda dove vuole andare in viaggio di nozze.
Ho sempre sognato di andare a un matrimonio indiano. Mi piacerebbe proprio tanto. Ma non mi era mai venuto in mente che potesse essere quello di mia figlia.
Il fratello Barrichello fa anche un giro lungo: “voglio farti vedere dove ho fatto la specialistica in radiologia”. E io: “sì, ti prego, voglio assolutamente vedere la tua università!”
Finalmente ci avviciniamo alla zona dell’albergo. Lui chiede se vogliamo vedere altre zone, “è ancora presto!”
“Portami a dormire, per favore”, imploro quasi con la voglia di mettermi a piangere. Ci ha messo quasi quaranta minuti per un tragitto che il tuctuc aveva fatto in appena dieci all’andata. E da dietro continua ad arrivare la voce dell’aspirante genero, cicici, ciuciuciu, che scambia confidenze con mia figlia a bassa voce.
Siamo finalmente davanti all’albergo, scendiamo tutti dalla macchina. Voglio accorciare il cerimoniale al massimo. Ringraziamo tutti e due per il gentilissimo passaggio e taglio corto: “Tanto domani sera ci vediamo tutti per il cricket!! Che bel programma! Non vedo l’ora”. E so di aver mentito per l’ennesima volta oggi.
Vanno via ed entriamo in albergo. Apro la porta della camera.
“María, dimmi che domani non vuoi andare a vedere quella partita di cricket.”
“Papà, ma sei pazzo?”
Di notte, faccio un incubo: Lucky, arrabbiato perché non siamo andati all’appuntamento, invia decine di messaggi a María e, non avendo risposta, si pianta insieme al fratello con la macchina davanti all’albergo e siamo costretti a scappare in tuctuc verso la stazione, protetti dai dipendenti dell’albergo, uscendo dalla porta della cucina, fra il profumo del cardamomo e del coriandolo fresco.
Il giorno dopo riceviamo i dettagli per l’appuntamento ma non ci presentiamo e non diamo segni di vita. Partiamo l’indomani, in macchina, verso Jodhpur. María si scusa per la nostra imprevista assenza a ristorante e saluta Lucky, gentile e grata.
Più tardi lui scrive ancora: “Good news! Riesco a liberarmi e venire con voi a Varanasi!” Non avrà mai risposta, se non nei miei incubi.










